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| Nella Foresta |
Chi
crede più, ormai, nei sogni?
Noi
moderni, passata l'infatuazione per la filosofia
freudiana, vogliamo che come minimo ci si presenti uno scan
cerebrale, e anche questo ci lascerebbe titubanti.
Invece,
quale potenza immaginativa, quale vigore allucinatorio nei sogni che
facevamo un tempo! Restando nell'ambito della cultura classica, cosa
ci può essere di più affascinante della pratica dell'incubazione?
Vi recate al tempio di Asclepio, vi accomodate nel recinto sacro e
prendete sonno. Se siete fortunati, il dio vi manderà un sogno
rivelatore sulla giusta terapia per il vostro male. Nella cultura
cristiana sopravvivono tracce
di questi
rituali. Eppure, chi di noi darebbe credito ai sogni portatori di
numeri per il lotto (a meno di essere il don Ferdinando di Non
Ti Pago), anche se lo sguardo smaliziato nei confronti
dell'oniromanzia non è nostra esclusiva, già ci ironizzava
Aristofane nel suo Pluto.
Il
fascino maggiore, però, lo troviamo nelle storie che riguardano i
sogni, perché li indicano come collegamento tra il mondo divino e
quello umano. Nell'Iliade, Achille riceve la visita dell'ombra
di Patroclo, che si lamenta di non essere ancora stato sepolto, così
come accade con la defunta Cinzia che appare al poeta Properzio; e a
proposito di Iside, si manifesta proprio attraverso il sogno al Lucio
dell'Asino d'Oro...
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Johann
Heinrich Füssli (Henry Fuseli) - Achille tenta di afferrare l'ombra
di Patroclo (1803 - Zurigo, Kunsthaus)
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Ma
come funzionava tecnicamente questo collegamento
umano-inumano?
Ce
lo comunica, sorprendentemente, Ovidio, nel libro XI delle sue
Metamorfosi. Alcione, figlia di Eolo, è angosciata per la sorte del
marito, il re Ceìce. Non sa ancora che è morto in un naufragio, e
subissa la dea Giunone di suppliche e preghiere per la salvezza del
consorte. Giunone si scoccia e decide di informare la sfortunata
Alcione che ormai ogni invocazione è vana, che Ceìce è già cibo
per pesci. E come lo fa? Appare in sogno ad Alcione? Nient'affatto:
Dove stanno i Cimmeri c’è una spelonca dai profondi recessi,
una montagna cava, dimora occulta del pigro Sonno,
nella quale con i suoi raggi, all’alba, al culmine o al tramonto,
mai può penetrare il sole: dal suolo, in un chiarore incerto
di crepuscolo, salgono senza posa nebbie e foschie.
Qui non c’è uccello dal capo crestato che vegli e chiami
col suo canto l’aurora; e non rompono, col loro richiamo,
il silenzio cani all’erta od oche più sagaci dei cani.
Non si ode suono di fiere o di armenti, non di rami mossi
da un alito di vento, non si ode alterco di voci umane.
Vi domina silenzio e quiete. Solo da un anfratto della roccia
sgorga un rivolo del Lete, la cui acqua scivola via
mormorando tra un fruscio di sassolini e concilia il sonno.
Davanti all’ingresso dell’antro fiorisce un mare di papaveri
e un’infinità di erbe, dalla cui linfa l’umida Notte attinge
il sopore per spargerlo sulle terre immerse nel buio.
In tutta la casa non v’è una porta, perché i cardini girando
non stridano; nessuno sta di guardia sulla soglia.
Al centro della grotta si alza un letto d’ebano imbottito
di piume del medesimo colore e coperto di un drappo scuro,
dove con le membra languidamente abbandonate dorme il nume.
Tutto intorno giacciono alla rinfusa, negli aspetti più diversi,
le chimere dei Sogni, tante quante sono le spighe nei campi,
le fronde nei boschi, o quanti i granelli di sabbia spinti sul lido.
Quando la vergine vi entrò, scostando con le mani i Sogni
per poter passare, al fulgore della sua veste s’illuminò
la sacra dimora, e il nume, schiudendo a malapena gli occhi
appesantiti dalla sonnolenza, e ancora ancora ricadendo,
con il mento che ciondoloni gli sbatteva in alto contro il petto,
riuscì finalmente a scuotersi e, sollevandosi sul gomito,
le chiese, avendola riconosciuta, perché mai fosse venuta.
E lei: «Sonno, quiete d’ogni cosa, Sonno, dolcissimo fra i numi,
pace dell’animo, che disperdi gli affanni e rianimi
i corpi oppressi dal lavoro e li ritempri per nuove fatiche,
ordina a un Sogno, che sappia imitare forme vere,
di recarsi a Trachine, la città di Èrcole, e presentarsi
ad Alcione con le sembianze di Ceìce, come appare un naufrago.
Lo comanda Giunone». E appena ebbe assolto la missione,
Ìride se ne andò, perché più non resisteva al potere
soporifero del luogo: come sentì la sonnolenza invaderle
le membra, fuggì via risalendo l’arco dal quale era venuta.
Allora il Sonno dalla marea dei suoi mille figli
destò Morfeo, un talento nell’assumere qualsiasi sembianza.
Nessun altro più abilmente di lui è in grado d’imitare
l’incedere che gli si chiede, l’espressione e il timbro della voce;
in più vi aggiunge il modo di vestire e le parole che distinguono
quell’individuo. Ma imita soltanto le persone, mentre invece
c’è un altro figlio che diventa fiera, uccello o lunghissima serpe:
gli dei lo chiamano Ìcelo, Fobètore i comuni mortali.
Ve n’è poi un terzo, Fàntaso, che si distingue per valentia
diversa: si trasforma con l’inganno in terra, roccia,
acqua o tronco, insomma in qualsiasi cosa inanimata.
Alcuni appaiono di notte a re e condottieri,
altri si aggirano tra la gente del popolo.
Il venerando Sonno tralasciò tutti questi e fra tanti figli
scelse appunto il solo Morfeo per eseguire gli ordini recati
dalla figlia di Taumante. Poi, risciogliendosi in molle languore,
reclinò il capo, sprofondando nelle coltri del suo letto.
Questa
viene descritta come una procedura collaudata: Giunone manda Iride a
dire al Sonno di inviare un suo contractor (in questo caso Morfeo) a
far finta di essere lo spettro di Ceìce, apparire in sogno alla
moglie e informarla della propria dipartita.
Tutto
questo sembra macchinoso, se non addirittura illogico: non farebbe
prima, la dea Giunone, a fare tutto da sola? E lasciamo perdere che,
in quest'ambito leggendario, gli dèi avevano l'abitudine di
presentarsi ai mortali anche faccia a faccia, seppure per lo più
sotto mentite spoglie.
Dunque
perché tutta questa trafila burocratica, perché sembra che ci sia,
per queste evenienze, l'obbligo di rivolgersi “all'ufficio
competente”?
La
risposta forse sta proprio nel numero incalcolabile di sogni che
circonda il giaciglio del Sonno, le “chimere dei Sogni”, cioè
“somnia uana”, come dire casuali, in-significanti.
Ecco,
dunque, la chiave.
Soltanto
una piccolissima porzione dell'attività onirica ha una funzione
comunicativa (tra mondo e oltremondo), e per i mortali distinguere
tra questa e il resto sarebbe molto arduo. Occorrono perciò dei
professionisti della realtà virtuale (uno
che crea le figure antropomorfe, un altro gli animali e un ultimo gli
oggetti inanimati – incluse, si presume, le piante) che
mettano in scena il sogno in modo che la sua attendibilità sia
riconosciuta dal destinatario senza incertezze. In breve solo
con la finzione si garantisce l'autenticità del messaggio.
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| Bobelin in Spiaggia (1993) |



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