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martedì 19 agosto 2025

Spinoza Rosso Sangue - Una recensione

F. Cilli, D. D’Amico, Spinoza rosso sangue, Ed. Smasher, Messina, 2023

Recensione di Federica De Felice


“Spinoza rosso sangue” (di Franco Cilli e Domenico D’Amico) è un testo che sembra scritto dopodomani. Un romanzo che necessita di tempo e di pazienza. Libri che trattano Spinoza da diversi punti di vista ce ne sono tanti, ma questo è unico nel suo genere per svariati motivi. Il primo è che di Spinoza, dello Spinoza storico, il filosofo del Seicento del Deus sive Natura c’è ben poco (qualche fugace accenno ad alcune vicende biografiche come la morte dell’amico Adriaan Koerbagh o l’assassinio di Johann de Witt). Dopo un centinaio di pagine ci si rende conto che lo Spinoza del titolo è semplicemente un prestanome, sì, un espediente narrativo di cui si servono “il gatto e la volpe”, come si definiscono gli autori stessi, per parlare di tutt’altro. E come Spinoza, tutti i personaggi che si incontrano nel testo, sono altro, sono echi di identità tanto reali quanto evanescenti, la cui storia si perde nella notte dei tempi. E qui ci imbattiamo già nella prima difficoltà, ossia come inquadrare un libro del genere: ci sono elementi e personaggi di fantascienza (s’incontrano vampiri, streghe, theda, figlie di Aradia, homunculi, mulierculae, lamassu, vuk), le cui vite si raccontano e si snodano tra vicissitudine di carattere storico-politico, descritti con dovizia di particolari medico- scientifici e con un’attenzione quasi chirurgica agli stati d’animo dei personaggi, così come agli spazi urbani, interni ed esterni. E allora, se da un lato sarebbe legittimo includerlo nel genere fantasy (tra la fantascienza e la fantapolitica), dall’altro si troverebbe spiazzato un lettore rigoroso di questo genere a sfogliare un volume di questo tipo. Forse potrebbe essere definito un fanta-romanzo o anche un finto-romanzo, nel senso più veritativo del termine, ossia un romanzo che suggerisce una verità (mai esplicitamente detta) attraverso la sua finzione. Allora per capire qualcosa di questo romanzo bisogna leggerlo al contrario, ossia partendo da ciò che non dice perché è lì che, in qualche modo, si trova – forse – la risposta alla domanda: perché leggere questo libro e che cosa vuole dire? Ma andiamo per ordine.


La trama è apparentemente semplice e si legge nella sinossi data nella quarta della copertina: l’intero pianeta è prossimo a un’apocalisse e sembra vivere una fase di radicale trasformazione politico-sociale. Angel Tzara, il primo Presidente del Consiglio italiano di origine rumena, scopre di avere un ruolo primario in questa metamorfosi globale. Si ritrova non solo ad affrontare i propri avversari politici, annidati all’interno del suo stesso partito, ma anche a decidere se farsi manipolare dalle forze che, dietro le quinte, operano per mutare il destino della razza umana. Cospirazioni e intenzionalità occulte si alternano, intrecciandosi su piani spazio-temporali sincronici e diacronici. Streghe millenarie che si impongono utilizzando non la magia ma la loro avanzatissima conoscenza scientifica, vampiri che oscillano tra il desiderio di farsi classe media e gli antichi splendori di un’aristocrazia sanguinaria. Intrighi e omicidi si accavallano e il tutto è legato all’evento che fa da sfondo a tutti i movimenti cospirativi: l’elezione di un nuovo pontefice, che sarà, chissà, un uomo o meglio una strega in abiti maschili. Così Angel Tzara, leader europeo in pectore, deve scegliere se farsi carico, insieme al nuovo Papa, delle sorti del mondo oppure no. Sullo sfondo di questo arsenale di forze e lotte sanguinose e violente – sia interne che esterne – ecco che compare la figura di Baruch Spinoza, che nell’ epoca dei fatti narrati assume l’identità dell’ideologo rivoluzionario Toni Negri, il «cattivo maestro» degli anni di piombo, il quale, come tutti i personaggi del libro, non rappresenta sé stesso, bensì un vampiro plurisecolare che ha vissuto in diverse epoche e diverse realtà. Se Spinoza/Negri non sono ciò che sono, ma espressioni di altro, anche Tzara non è (soltanto) un uomo (italiano di adozione) che vive un momento storico particolare. Tzara potrebbe essere il nuovo Messia, che tuttavia, contrariamente a quanto ci si immaginerebbe, è “uomo senza qualità che si ritrova protagonista di eventi straordinari senza averli cercati, senza averli compresi” (p. 192), un uomo senza infamia e senza lode, “gettato” – per usare un termine caro ad Heidegger – in un mondo di cui gli sfugge tutto, di cui non capisce l’orizzonte di senso, perché le cose che gli accadono sembrano buone e male, anzi sembrano essere “al di là del bene e del male”. Patti tra la Chiesa universale e divinità plurisecolari si rinnovano e si sfibrano sotto la crescente potenza di questo grande progetto che riguarda il mondo intero, cui tutti gli agenti sono chiamati, ma di cui nessuno è protagonista né eroe. Gli agenti delle cospirazioni (streghe, ninfe, entità femminili che esistono da sempre sotto mentite spoglie) si dicono operanti per un bene superiore. Ma cosa vuol dire bene? è possibile perseguire un bene utilizzando la paura come mezzo per mantenere stabili e sicuri i rapporti umani e non? Perchè questo è ciò che fanno queste creature per avere il dominio sul pianeta. Come nuovi Leviathan di hobbesiana memoria (ma al femminile) che impongono il proprio potere in silenzio attraverso il terrore. E ancora, come e fino a che punto ci si può fidare di queste voci sempre più ibridate con l’umano che dicono di cambiare le sorti e il futuro dell’umanità? Il parallelismo con il mondo dell’intelligenza artificiale è quasi d’0bbligo: non è forse questo universo vampirico equivalente alla comunità tecnocratica che oggi ha il monopolio del sapere e del potere? Ora, più che la particolarità e le peripezie dei vari personaggi (umani e non) e delle loro azioni, raccontati magistralmente dagli autori, quello che più colpisce di questo racconto è la tensione tanto radicale quanto sfiancante di elementi opposti verso una qualche unità, una sorta di dialettica aperta che non lascia spazio a derimenti e rassicuranti conclusioni. Si registra una radicale dicotomia in ogni aspetto della narrazione. Le categorie di opposti di cui, volenti o nolenti, un lettore si serve per capire e dare un senso al racconto (umano/non umano; leggenda/storia; buono/cattivo; carne/spirito; materialità/spiritualità; reale/irreale) svaporano sotto il flusso impietoso del divenire che non lascia spazio (e neanche tempo) ad alcuna verità assoluta. In fondo lo stesso statuto ontologico del “vampiro” non né quello legato a un certo immaginario collettivo, perché “le figure leggendarie nascono, mutano, scompaiono come le specie viventi… nel corso del tempo reale e immaginario si sono influenzati a vicenda” (p. 43) e “in un futuro non molto lontano umani e non si considereranno membri di un’unica famiglia” (p. 268). Ancora una volta l’idea profetica di un futuro prossimo che vede la necessaria convivenza e co-evoluzione tra umani e macchine, robot, umanoidi ecc. sembra ormai una realtà imminente.
Non so se fosse questa l’intenzione degli autori, ma in fondo questo è il bello della lettura, perché apre a riflessioni che vanno al di là (o al di qua) del testo stesso. Lo stesso registro linguistico oscilla tra una narrazione scarna, diretta, prosaico – con finanche elementi popolari e dialettali – e un linguaggio aulico, allegorico, ricco di dettagli e di sfumature che solo menti attente e sensibili saprebbero usare con tanta disinvoltura. Pagina dopo pagina si assiste a un andirivieni continuo tra discorsi diretti e indiretti, soliloqui introspettivi e dialoghi fluidi, con intermezzi fatti di “botta e risposta” in cui echeggiano palesemente discorsi realmente vissuti tra gli autori (“due cialtroni… due stolti, ma la loro era una stoltezza pura” p. 276), amici di vecchia data che si conoscono così bene da prendersi in giro, morire ed essere diversi da quelli che sono. Morendo cade la maschera di D’Amico, e si scopre che anche lui è “una tigre Bianca. Una figlia di Aradia” (p. 295). Leggendo il testo si avverte un’osmosi incessante tra presente e futuro, tra fatti inventati e realtà storica, tra dimensione privata e quella pubblica. Si ricostruiscono i momenti topici della storia mondiale: l’Italia di Cavour, la guerra in Cecenia, la politica di Stalin passando per la denuncia dello sfruttamento del popolo rumeno. Si avverte l’evidente intreccio tra Chiesa e Stato, ma il discorso non scivola mai sul terreno di un riduttivismo fazioso, ma si limita a fare da sfondo ai rapporti e alle cospirazioni che si susseguono durante la narrazione. Le scene d’azioni sono descritte con un climax narrativo che apre all’immaginario senza mai cadere nel disgusto dell’orrorifico o nella retorica della lotta tra bene e male. La descrizione dei personaggi segue questa ambivalenza: le donne-cardinali e Fathma, personaggio-chiave del libro, vengono definite “immagini sublimi e terrificanti” (p. 107) e si avverte un certo femminismo – nel senso più alto del termine – nelle parole degli autori.


E allora torniamo alla domanda fondamentale: Perché leggere quasi 400 pagine di un genere così di nicchia e per molti aspetti non di facile lettura? Semplice. Perché introietta nel lettore una dose elevata di sano e sacrosanto dubbio, quell’ars dubitandi che, stando a Cartesio, è ciò che ci rende davvero superiori a qualsiasi altra forma vivente. Il dubbio che le cose non sempre sono come sembrano, che l’apparenza, per quanto perfetta e coerente, può ingannare. E anche qui il pensiero vola all’IA, a quella coincidenza (ingannevole) tra correttezza sintattica e verità semantica, che ci fa credere acriticamente in ciò che ci inganna perché ormai siamo diventati sempre più incapaci di dubitare, sempre più narcotizzati da bisogni indotti a bella posta per renderci sempre più schiavi. E allora questo testo è un modo per risvegliarci, per farci riflettere su quello che siamo o pensiamo di essere. Ci interroga, attraverso i dubbi e le incertezze di Angel Tzara, sulle grandi questioni filosofiche: la realtà è un insieme di casualità o è frutto di una necessità che trascende la nostra comprensione? La vita è caos o c’è un ordine, un cosmos che soggiace al tutto? L’uomo è vittima o artefice della storia che vive? Torna quella dicotomia che innerva tutto il romanzo. E sebbene non si dia risposta, il fatto che ci si affidi all’ebreo-olandese Spinoza (o chi per lui) per capire come stanno le cose, forse è già una chiave di lettura, se, come scrivono gli autori, “Come spesso accade, si comprende solo ciò che, su un altro piano, si è sempre saputo” (p. 162).
Il punto è che di ciò che accade non esiste un unico modo di vedere le cose. Le cose sono definite da ciò che le definisce (“Quello che per alcuni è una rinascita, per altri è l’Armageddon”, p. 78). Anzi, non è possibile avere contezza di ciò che accade, perché le cose trascendono sempre, ne siamo consapevoli o non, il piano della comprensione. Nessuno di noi, seppur mosso dalle più nobili intenzioni, è ciò che vuole essere, ma piuttosto ciò che deve essere, come Angel Tzara che: “fa quello che fa perché è così che deve essere” (p.195). Ogni soggetto è il risultato di forze che lo precedono e di cui esso/ella o egli è solo il “portanome reale”. E tuttavia, proprio questo rende ognuno di noi in qualche modo responsabile di ciò che è e soprattutto ciò che fa perché in quella catena infinita di cui non si sa nulla, né l’inizio né tantomeno la fine, il semplice fatto che occupiamo proprio quel posto, hic et nunc, ci rende inevitabilmente, ineluttabilmente unici e di questo sì che possiamo farci carico per capire, per quanto possibile, la traiettoria storica che ci è dato percorrere, migliorando le relazioni che costituiscono la vera forza di questa trama che è la Vita. E allora forse, quel titolo così potente, Spinoza rosso sangue, in fondo un senso lo ha. Perché il filosofo è proprio questo che ci insegna: che tutto è relazione e che da questa dobbiamo partire per fondare quel brandello di identità in cui convergono quegli universi paralleli e sovrapposti nel quale da sempre siamo immersi. Come ha scritto Kurt Vonnegut in Madre notte: “Noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere". Il monito a farci carico dell’apparenza, anch’essa, se vogliamo, di spinoziana memoria, è pià che doveroso, specie oggi che viviamo in un’epoca di “finte” apparenze che nulla rivelano perché nessuna verità vi è sottesa. Doveroso, sì, perché come concludono gli autori, riprendendo il celebre passo di Orazio, “Omnes una manet nox”.

mercoledì 3 aprile 2019

Oui, je suis Coppelia

di Domenico D'Amico



Quando abbiamo parlato di homunculus e golem, lo abbiamo fatto (anche) per sottolineare la diversità dei personaggi del nostro romanzo rispetto alle creature artificiali alla Paracelso, create per un destino di più che abbietta schiavitù. Le nostre mulierculae sanno quello che fanno e perché lo fanno (a differenza, colgo l'occasione per dire, delle streghette del Suspiria “femminista” di Guadagnino, inconsapevoli e dimentiche pedine della congrega).
È strano che l'idea di creare schiavi artificiali si sia realizzata, in epoca moderna, con la creazione di automi non antropomorfi, i quali, tuttavia, a malapena potrebbero essere definiti “schiavi”. Il termine “schiavo”, difatti, non avrebbe senso se non in contrasto col termine “franco”, e un robot industriale non è un'entità “ridotta” in schiavitù, non è una creatura resa oggetto, è integralmente “cosa”. Se incontrassimo un golem, la sua condizione di servo muto (disponibile da Ikea e su Amazon) ci potrebbe impietosire, per via dei tratti organici che condividiamo con lui, ma cosa abbiamo in comune col braccio meccanico di una catena di montaggio? È lo stesso meccanismo che ci fa provare compassione per gli animali più vicini a noi, mentre in pochi sono quelli che simpatizzano con creature evolutivamente più distanti come gli insetti. Naturalmente esiste anche la tendenza animistica a personificare gli oggetti, per cui potremmo trovare “simpatico” perfino un robot.
Il fatto è che il robot non antropomorfo non può ricoprire il ruolo di nostro “doppio”. Tra le riflessioni che facciamo nei video dedicati al racconto di Stevenson Lo Strano Caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, c'è anche quella che, a rigore, Hyde non è il doppio di Jekyll, o meglio, non è una sua immagine gemellare o speculare (distorta o meno), ma una sua parte, una sua sezione, compresa nell'”intero” che è il dottor Jekyll. L'automaton antropomorfo, invece, è concepito appositamente per essere il nostro doppio, indipendentemente dalla sua “produttività”. È quello che hanno in comune gli automata (rinascimentali e moderni) e gli androidi contemporanei, uno spirito più artistico che scientifico.
(Del fenomeno cosiddetto dell'uncanny valley, con i riferimenti collaterali al perturbante, magari parleremo un'altra volta).

Due citazioni da Ghost in the Shell 2: Innocence (Mamoru Oshii 2004):

Gli androidi (...) non sono modelli utilitaristici o funzionali. Vengono realizzati ad immagine e somiglianza umana, un’immagine e somiglianza idealizzata… Ma a quale scopo? Perché gli umani sono così ossessionati dal ricreare loro stessi?
Il dubbio ci attanaglia la mente: se una creatura sembra viva, è viva realmente? Se un oggetto è senza vita può realmente vivere?

È per questo che i robot ci fanno paura… Sono modellati sugli umani, ma in realtà, essi sono umani. Ci mettono di fronte all’orrore di essere un mero meccanismo, semplice materia. In altre parole, ci danno la consapevolezza che noi umani siamo parte del nulla.

Ma c'è anche giocosa bellezza nelle bambole meccaniche, e a dimostrarlo ecco qui di seguito alcune versioni dell'aria di Olympia dall'opera di Offenbach Les contes d'Hoffmann (prima 1881) (Hoffmann è stato un vero stakanovista del genere Doppelgänger).
Interessante come i registi facciano “ricaricare” l'automa, a volte con una classica chiave da orologio, altre tramite una specie di wifi.


Patricia Janečkova



Natalie Dessay



Maria Aleida



Kathleen Kim



Elizabeth Futral


Luciana Serra


giovedì 12 aprile 2018

Misterici Proletari

di Domenico D'Amico

Nelle ultime esposizioni, mi sono accorto di un particolare che mi era passato di mente (sempre che ci avessi mai pensato sul serio): la presenza di un gruppo di individui dall'aspetto peculiare.

Ladra di Fuoco, 1994

Ladra di Fuoco, 1994 [Particolare]

Il Volo di Ebla, 1994

Il Volo di Ebla, 1994 [Particolare]

Il dettaglio più vistoso è che hanno teste di barbagianni.
Questo mi (ri-) porta al nostro romanzo, Spinoza Rosso Sangue. Come? Porgetemi orecchio.

Se un dio del genere Anubi (lasciamo perdere San Cristoforo)

San Cristoforo Cinocefalo (Icona), Museo Bizantino, Atene

Anubi (Mosaico, fine II, inizio III Secolo d.C.) Museo della Città di Rimini

viene definito cinocefalo (cioè “testa di cane”, anche se è di sciacallo) come chiameremo qualcuno con la testa di barbagianni? Non ornitocefalo (“testa di uccello”, e lei, Dottore, non faccia battute!), che si potrebbe riferire a Horus (che la testa ce l'ha di falco), e nemmeno avicefalo, per non confonderlo con una lucertola preistorica.
Direi, visto che il barbagianni in questione ha dell'arancione sotto il bianco, che l'animale in questione sia un Tyto alba guttata (come testimonierebbe il disegno Tra Cinque Minuti in Scena:

Tra Cinque Minuti in Scena, 2003

Tra Cinque Minurti in Scena, 2003 [Particolare]

ma qui il soggetto è completamente diverso, la rievocazione dei miei trascorsi teatrali, rielaborati con una certa licenza immaginativa: il faccia da barbagianni come Gran Promiscuo), e quindi mi sento autorizzato a etichettare queste figure come titocefali.

Ma lasciamo da parte, per ora, le questioni tassonomiche, e cerchiamo di capire cosa siano questi tizi. Oltre alla testa da volatile (cosa che mi ricorderà sempre Bosch),

Hieronymus Bosch - Trittico delle Tentazioni di sant'Antonio (1501 circa), Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona [Particolare]

quello che spicca in loro è l'uniformità. Evidentemente sono operai specializzati, ma le loro tute da lavoro sembrano, appunto, uniformi. Magari sono cloni, come i tirapiedi di Despicable Me. In ogni caso, la loro è un'identità collettiva, in cui il gruppo prevale sull'individuo.

Un'altra cosa evidente è che questi titocefali si trovano, è vero, sullo sfondo (rispetto alla vicenda illustrata dal disegno), ma non sono indifferenti a quello che accade in primo piano, come accade in certe opere d'arte:

Hugo van der Goes - L'Adorazione dei Magi (1470 circa), Gemäldegalerie di Berlino

Hugo van der Goes - L'Adorazione dei Magi (1470 circa), Gemäldegalerie di Berlino [Particolare]

Piuttosto, reagiscono agli eventi, esprimono, per così dire, un parere.

Pieter Bruegel il Vecchio - L'Adorazione dei Magi (1564), National Gallery di Londra

Pieter Bruegel il Vecchio - L'Adorazione dei Magi (1564), National Gallery di Londra [Particolare]

Sono un po' come il Coro della tragedia attica, almeno nella sua evoluzione iniziale: assiste agli eventi, ma vi partecipa anche.

Mi chiedo anche perché abbiano questo aspetto: perché proprio il barbagianni e non, tanto per dire, l'ibis (e con questa citazione di un dio egizio, arriviamo a tre)?
Nella tradizione occidentale i rapaci notturni sono vittime di un pregiudizio plurisecolare, che li collega, essenzialmente, alla stregoneria (scordatevi Harry Potter). Basti pensare che le famiglie cui appartengono gufi e barbagianni fanno entrambe parte dell'ordine degli Strigiformi, che trae origine dal termine Strix, che deriva, è vero, dal latino classico per barbagianni (e a sua volta dal greco στρίξ, a meno che non si consideri il percorso contrario), ma non indica un semplice rapace notturno, quanto piuttosto una creatura malevola:

Ci sono uccelli voraci, non proprio quelli che strappavano il cibo dalle fauci di Fineo, ma della stessa razza: hanno una grande testa, lo sguardo fisso, un becco adatto alle razzie, le penne grigiastre, le unghie a forma di uncino. Volano di notte in cerca di bambini privi di nutrice, li rapiscono dalle loro culle e ne violano il corpo. Si dice che con il becco ne lacerino gli intestini pieni di latte e ne bevano il sangue fino a riempirsi il gozzo. (Ovidio, Fasti, VI 131-138)

In questo brano Ovidio cita anche le arpie, esseri a loro volta in parte uccelli, e possiamo aggiungere all'allegra compagnia la sfinge alata e le sirene (perché lo sanno tutti, no?, che le sirene della mitologia greca – quelle di Odisseo - erano metà donna metà uccello).

Ulisse e le Sirene, anfora attica a figure rosse (480-470 a.C.), British Museum di Londra

Insomma, tutte queste figure, mitologiche o animali, recano lo stigma della mostruosità, della rapacità, dell'antropofagia. Ma forse non è stato sempre così, forse c'è stato un tempo in cui queste entità avevano una funzione protettiva:

Nell’interpretazione di Alinei (1981) le caratterizzazioni materne e positive della strige sono l’antichissimo relitto di una fase totemica in cui l’uomo percepisce se stesso come discendente, o addirittura figlio, di un uccello. Il ricco dossier raccolto in Gimbutas (1990 [1989]) dimostra che gli Strigiformi, rappresentati con genitali femminili e mammelle, erano raffigurazioni preistoriche della Grande Madre. Il processo di demonizzazione avviene dunque in fasi successive (presumibilmente nell’Età dei Metalli) ed è già compiuto (con piccoli residui ormai incomprensibili) nel mondo classico.

Ed è a questo genere di creature semidivine che si ispirano le Tigri Bianche, cioè le “streghe” che appaiono nel nostro romanzo. Naturalmente per noi si tratta (occorre ribadirlo?) di finzione letteraria, che il matriarcato primordiale alla Robert Graves rimane pura invenzione.

Messi insieme tutti questi indizi, ritengo plausibile che i titocefali costituiscano una specie di consorteria esoterica operaistico-sacerdotale, che svolge svariate attività nei luoghi di culto dedicati ad antichissime divinità femminili.

Non possiamo non ricordare, per concludere, che la civetta è anche il simbolo della maggiore (dopo Zeus) divinità classica, Atena. Non a caso abbiamo scelto il suo simbolo come logo per le nostre elucubrazioni letterario-sapienzali.



È davvero molto triste vedere quell'immagine su una moneta che avrebbe dovuto fare onore, rendere omaggio alle radici dell'Europa, e che invece, spregevolmente, oggi è il marchio osceno sulla fronte di un'Europa che ha ingannato, dileggiato, calpestato e infierito sulle spoglie della sua genitrice, la Grecia.
Nessun rapace sarebbe stato tanto spietato e ingordo di sangue.


Valentine Cameron Prinsep – Il Barbagianni


domenica 25 marzo 2018

Se Questo È un Homunculus

Nel nostro romanzo (Spinoza Rosso Sangue) una figura ricorrente è quella dell'homunculus, o meglio, della muliercula. Si tratta di un termine (in quest'accezione) che abbiamo dovuto inventare, dato che la tradizione alchemica riguardante la creazione di un essere umano artificiale ha sempre dato per scontato, pensa un po', che detta creatura dovesse avere un'identità maschile.
Prima di approfondire un po' la questione, come già promesso, inquadriamo storicamente il soggetto, leggendo questo interessantissimo articolo, preceduto naturalmente da un mio disegno di tematica attinente (con tanto di particolare ingrandito).

Ne riparleremo.

Atanor, Drawing, Disegno
L'Uovo Alchemico, 1994


Atanor, Disegno
L'Uovo Alchemico - Particolare
Antiche Definizioni dello Stato di Persona – L'Homunculus, il Golem e Aristotele
traduzione di Domenico D'Amico
[le note con numeri arabi sono nel testo originale, quelle con lettere minuscole del traduttore]

Prima di decidere sulla moderna definizione, e ulteriore elaborazione dello stato di persona per quel che riguarda l'extra umano, sarà utile esaminare come lo stato di persona sia stato definito nel corso della storia – in particolare per quel che riguarda i numerosi casi di androidi dell'antichità, poiché essi hanno presentato a suo tempo l'argomento migliore a sostegno di individui che avrebbero potuto, secondo i canoni del periodo, essere riconosciuti come pienamente umani.
In questa esposizione si discuteranno gli argomenti legali e filosofici di base utilizzati per definire lo status di due tipi di androide artificiale, l'homunculus e il golem, nel corso del Medioevo e del Rinascimento, periodi in cui la loro creazione era ritenuta concretamente possibile, o addirittura concretamente realizzata.
Si mostrerà anche come la definizione storica dello stato di persona abbia per lo più coinciso con le idee di Aristotele, idee che egli sviluppa principalmente allo scopo di determinare chi sia legittimamente soggetto alla riduzione in schiavitù [who is worth of slavery]. Questi punti di vista storici sullo stato di persona sono importanti perché mostrano le pregresse difficoltà sociali che comporta ogni odierna ridefinizione dello stato di persona riguardo l'extra umano.
L'idea dell'homunculus precede il Rinascimento, anche se raggiunge il suo massimo sviluppo in questo periodo. Lo storico della scienza William Newman ha dimostrato che l'idea di produrre un essere umano artificiale risale almeno al primo Medioevo, forse perfino alla tarda antichità, e che le basi di quest'idea hanno la loro origine in Aristotele [1]. Sebbene egli stesso non credesse nella possibilità di creare esseri umani artificiali, le sue teorie sulla riproduzione umana e sulla generazione spontanea spinsero i suoi epigoni a ritenerla fattibile. L'idea che Aristotele aveva della riproduzione attribuiva la formazione della vita al seme maschile, assegnando al sangue mestruale il ruolo secondario di sostanza nutritiva.
Per questo motivo, dato che il ruolo della donna era essenzialmente quello di fornire un contenitore per la gestazione del feto, scienziati e pensatori dei periodi tardo-classico, medievale e rinascimentale, poterono desumere che, avendo a disposizione lo sperma maschile, analoghe sostanze nutrienti, analogo calore e analogo recipiente, fosse possibile una riproduzione umana asessuata.
Le primissime descrizioni della creazione di un essere umano artificiale si possono leggere in due opere che, rispettivamente, risalgono probabilmente al tardo periodo classico e al primo Medioevo. La prima è la storia di Salaman e Absal, che ha la sua origine tra gli arabi del Medio Oriente. Ne fa menzione Avicenna, il grande medico e filosofo persiano del X Secolo, ma, come sostiene Newman, di questo racconto esiste una diversa, e probabilmente più antica versione, che risale almeno al III o IV Secolo a. C.
C'è un'altra opera molto antica, un libro di magia intitolato Il Libro della Vacca (Liber Vaccae), che illustra la primissima ricetta pratica per la creazione di un homunculus. Lo studioso persiano Jabir ibn Hayyan ha lasciato delle note al riguardo, e visto che la maggior parte delle opere attribuitegli spazia tra l'800 e il 900 a.C., il Libro della Vacca dovrebbe appartenere a un periodo precedente, cioè alla tarda Età Classica o al primo Medioevo. Quest'opera capostipite, a lungo attribuita a Platone, sopravvive solo in un raro manoscritto latino, il Codice Paneth, esso stesso una traduzione dall'arabo [a]. Essa fornisce la ricetta per la creazione di un uomo artificiale mediante la miscelazione di sperma umano e una pietra fosforescente, la collocazione della mistura nell'utero di una vacca (o pecora), e la nutrizione con sangue del piccolo umano che ne risulta [b].
È importante sottolineare che la prima formula a noi nota riguardante un essere umano artificiale è esplicitamente indirizzata alla creazione di un servo umano, dotato in aggiunta di poteri straordinari, addirittura miracolosi. Lo scopo del processo di creazione è produrre un umanoide che “se cresciuto e nutrito per un anno intero, e tenuto nel latte e nell'acqua piovana, esso darà notizia di tutte le cose ed eventi distanti [omnia absencia]”. Inoltre, esso avrà il potere di influenzare “il ciclo lunare, o di mutare un uomo in una vacca o in una pecora”, oppure lo si può sventrare vivo, in modo che i suoi fluidi corporei, applicati ai piedi del suo creatore, gli permettano di camminare sulle acque [2]. Da notare, qui, il tono indifferente, quasi trascurato con cui si parla di vivisezionare un essere umano allo scopo di imbrattarsi i piedi con i suoi fluidi organici. C'è un evidente collegamento con la sua condizione di subumano e schiavo. Su questo, torneremo più avanti.
Durante il Rinascimento, l'idea di homunculus divenne per lo più associata a Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, meglio noto come Parcelso, che fornì la descrizione maggiormente dettagliata di questa creatura e di come generarla. In De Natura Rerum, Paracelso descrive in maniera molto precisa come creare un homunculus, omaggiando il lettore di una vera e propria ricetta:

Se la fonte di vita [il seme maschile - ndt], chiusa in un'ampolla di vetro sigillata ermeticamente, viene seppellita per quaranta giorni nel ventre equino [letame di cavallo] [3] e opportunamente magnetizzata comincia a muoversi e a prendere vita. Dopo il tempo prescritto assume forma e somiglianza di essere umano, ma sarà trasparente e senza corpo fisico. Nutrito artificialmente con arcanum sanguinis hominis per quaranta settimane e mantenuto a temperatura costante prenderà l'aspetto di un bambino umano. Chiameremo un tale essere Homunculus, e può essere istruito ed allevato come ogni altro bambino fino all'età adulta, quando otterrà giudizio ed intelletto. (1:24)

Chiaramente, la ricetta di Paracelso fonde insieme gli elementi aristotelici della riproduzione e della generazione spontanea discussi più sopra. Ma, rispetto al modello originale aristotelico, gli elementi riguardanti la riproduzione conoscono una riduzione, visto che ogni contributo da parte della donna viene quasi del tutto espunto. Come abbiamo visto, la teoria di Aristotele richiede che il corpo femminile fornisca non solo un ambiente caldo e protetto, ma anche un contributo materiale per la formazione del bambino. È questo che dona al bambino umano le qualità di entrambi i genitori.
Tuttavia, dato che Paracelso focalizza primariamente la sua attenzione sul processo di putrefazione delle sostanze (o alla loro “digestione”, come la definisce in un altro passaggio), si può vedere come per lui la questione principale sia il controllo di un processo molto simile alla generazione spontanea. È importante ricordare che questo fenomeno, chiamato anche abiogenesi, era il processo mediante il quale (così si credeva nell'antichità) creature inferiori come gli insetti venivano generati spontaneamente dalla materia organica in decomposizione. Il fatto che l'homunculus si ricolleghi a questo processo implica il suo stato di inferiorità rispetto al proprio creatore.
All'incirca nel medesimo periodo, e nel medesimo contesto culturale di Paracelso, anche Cornelius Agrippa von Nettesheim (1486-1535) fa menzione della creazione di un homunculus. Come Paracelso, Agrippa praticava la medicina, credeva nella scoperta attraverso la sperimentazione, e aveva avuto molti dissidi con le autorità, per quanto i suoi riguardassero la Chiesa, piuttosto che l'establishment medico.
Nel suo De Occulta Philosophia (Tre Libri di Filosofia Occulta) discute di come la generazione spontanea di esseri viventi si possa rendere possibile utilizzando la giusta miscela di elementi naturali, purché sotto la giusta influenza astrologica. Tra le varie creature prodotte con questo sistema, quali le rane generate usando anatre disseccate e polverizzate mescolate con acqua, Agrippa cita l'homunculus. Di nuovo, l'uomo artificiale viene associato agli animali – e gli animali, a loro volta, vengono visti come oggetti. Si possono essiccare e polverizzare, come fossero materiali inerti, per venire rigenerati successivamente con l'aggiunta di acqua.

L'Homunculus Come Servo Artificiale

Un importante collegamento tra le trattazioni dei due autori è l'uso che fanno del termine “naturale” per descrivere un oggetto vivente umanoide non nato da genitori umani. Paracelso dichiara, parlando dell'homunculus, che “tali creature i filosofi le chiamano naturali”. Anche Agrippa parla dei “naturali” nella De Occulta Philosophia, e la sua trattazione, molto più dettagliata, è rivelatrice. Trattando della matematica e delle “molte magnifiche opere realizzabili solo tramite le arti matematiche”, egli afferma:
...e perciò mercé le sole scienze matematiche è dato produrre, senza intromissione di alcun potere naturale, operazioni simili a quelle naturali, poiché, come dice Platone, sono cose che non partecipano né della verità né della divinità, ma sono rassomiglianze concatenate l'una all'altra, come corpi che camminano e parlano senza esser dotati di potere animale, a similitudine degli idoli di Dedalo, chiamati automa, automata, di cui fa cenno Aristotele... (Libro II, capitolo I)

Questo passaggio chiarisce una serie di cose: primo, Agrippa considera i naturali “rassomiglianti” agli automata. Secondo, il contesto in cui Aristotele fa cenno agli idoli e automata di Dedalo, nella sua Politica, riguarda l'idea di uno schiavo più adatto [alla sua funzione] (1253b25-1254a1); di conseguenza, è implicito che Agrippa pensa agli homunculi, così come ad altri naturali o automata, anche come schiavi. E in effetti, proprio come Aristotele, che giustifica la schiavitù anche sostenendo che i non greci non siano del tutto umani, e quindi possano essere considerati, come succede coi muli, “schiavi per natura”, Agrippa considera tutti i naturali come qualcosa di meno che umano.
Quello che Agrippa intende, quando definisce i “naturali” (come l'homunculus) come cose “che non partecipano né della verità né della divinità, ma sono rassomiglianze concatenate l'una all'altra”, è che essi sono privi di anima. In altri termini, un “naturale” è un oggetto umanoide che ha l'apparenza di un essere vivente ma non è davvero umano, essendo il prodotto di elementi naturali, ma privo della componente divina che caratterizza gli umani.
Perciò, oltre a indicare che Agrippa e Paracelso trattano del medesimo tipo di simulacro umano, il termine “naturale” ci fa anche comprendere la posizione di inferiorità che tali creature occupano, rispetto agli umani, nell'ordine cosmico.
Data la posizione di inferiorità dell'homunculus, si può capire il motivo implicito per cui Paracelso, nel passaggio dal De Vita Longa citato più sopra, ne parla come qualcosa da “utilizzare”. Perché gli homunculi, a dispetto della loro condizione subumana, sono in possesso di doti supernormali, come la capacità quasi medianica di conoscere “cose segrete e nascoste”, o una “grande e potente” semibestiale forza fisica (De Natura Rerum, 1:124). E il fatto che siano assimilabili a una macchina fornisce una giustificazione per il loro uso alla stregua di schiavi. Gli animali e gli automata non hanno l'anima: l'inclusione degli homunculi e dei popoli barbari nella medesima categoria di animali e automata, rende eticamente accettabile il loro utilizzo come servi.
Quest'etica di convenienza è implicita non solo nell'accostamento che fa Agrippa tra naturali e macchine (che anticipa le idee estreme di Cartesio, che all'inizio del XVIII Secolo vedeva gli esseri viventi come “macchine organiche”, con l'eccezione degli esseri umani, in quanto dotati di anima), ma anche nel modo in cui Paracelso, nel suo Liber de Nymphis, si riferisce ad essi [i naturali] chiamandoli “bestie” o “cose” (capp. 230 e 216).
Non è una coincidenza che le affermazioni da parte di Paracelso che i “naturali”, ad onta dei loro poteri, fossero inferiori agli umani, e che tale inferiorità fosse sostanziata da una insufficienza di intelligenza e razionalità, suonino molto simili a quelle fatte all'epoca dai propugnatori della schiavizzazione degli indiani d'America.
Come sottolinea Anthony Padgen nel suo The Fall of Natural Man, Paracelso rientra nel novero dei pensatori del suo tempo che accozzavano gli indiani americani con ninfe, satiri, giganti e pigmei, tutti quanti “selvaggi”. Egli aveva due ragioni per pensarlo: primo, riteneva che entrambi i gruppi si riproducessero nel medesimo modo – attraverso una forma di generazione spontanea; la seconda e più rilevante motivazione era che questi “barbari” non erano dotati di “ragione”. Sulle orme della definizione aristotelica dello “schiavo per natura”, personaggi come Juan Ginés de Sepúlveda, Gil Gregorio, Bernardo de Mesa e il teologo scozzese John Mair asserivano che i nativi del Nuovo Mondo, per via della loro essenziale incapacità di riflessione e ragionamento, erano, nonostante il loro valore guerriero, la pratica dell'agricoltura eccetera, collocabili in uno spazio tra il bestiale e l'umano; di conseguenza, era lecito ridurli in schiavitù con l'uso della forza [4].
Questa descrizione dell'homunculus, al contempo schiavo e strumento superpotente, innescò in Europa un considerevole dibattito, così come succedeva riguardo il trattamento degli indiani d'America. Alcuni studiosi europei, come il chiosatore medievale pseudo-Tommaso, sembrano concordare con l'idea che l'homunculus fosse subumano e quindi suscettibile di sfruttamento da parte del suo creatore. Altri europei dissentivano da tale formulazione. Alcuni non erano d'accordo perché ritenevano un tale trattamento immorale nei confronti di qualsiasi animale, altri perché la loro idea riguardo l'anima dell'homunculus differiva da quella dello pseudo-Tommaso.
Guglielmo d'Alvernia sosteneva la prima di queste due posizioni. Nel suo trattato De Legibus stigmatizza le pratiche descritte nel Liber Vaccae, partendo dal principio che è sbagliato creare animali artificiali, di qualsiasi genere, solo perché poi vengano uccisi per altri scopi (Opera Omnia, 34). Inoltre, nella sua opera De Universo, egli si mostra preoccupato dal fatto che la pratica di raccogliere seme umano (secondo le istruzioni per la creazione di homunculi del Liber Vaccae) ricordi troppo da vicino quello che demoni notturni come i succubi fanno allo scopo di creare stirpi mostruose (Opera Omnia, 1009A). Nei testi di altri studiosi medievali, questa ripulsa di tipo teologico è ancora più spiccata.
Come Guglielmo, essi deprecano la creazione di homunculi, ma la loro disapprovazione deriva dall'idea, molto più preoccupante, che creare un homunculus equivalga a manipolare Dio. Secondo loro, perché l'homunculus sia vivo è necessario che possegga un'anima razionale, e ciò solleva il dilemma della provenienza, divina o demoniaca, di quest'anima. Se, come ritiene Alonso Tostado, l'anima razionale ha la sua origine in Dio, di conseguenza la creazione di un homunculs è un atto maligno, perché costituisce, come racconta riguardo l'homunculus di Arnoldo di Villanova, il tentativo di costringere Dio a fornire un'anima per un essere creato dall'uomo [5]. L'altra possibilità, che quell'anima sia in pratica un demone incarnato, sarebbe altrettanto inaccettabile.

Il Golem

L'idea di creare un golem fa la sua prima comparsa in un commentario del tardo XII Secolo del Sepher Yetzirah (Libro della Creazione), un testo cabalistico, sebbene il concetto che si possano creare esseri viventi mediante rituali magici sia ben più antico. Come annota Gershom Scholem, la massima autorità sulla storia del golem nel pensiero ebraico, “L'idea che l'atto [divino] della creazione si potesse replicare per mezzo della magia o di altre arti” trae origine dalle “leggende, riportate nel Talmud, riguardanti certi rabbini famosi del III e IV Secolo” [6]. Molti altri ritengono che lo stesso Sepher Yetzirah sia anteriore al Medioevo, e i commentatori medievali dell'opera affermano che personaggi del remoto passato, quali Abramo o Geremia, abbiano realmente utilizzato la conoscenza contenuta in questo libro al fine di creare esseri viventi (165) [7].
Come per l'homunculus, l'associazione del golem con gli automata, così come la sua condizione di subumano, determinano la condizione servile di tale creatura. Giunti al XVI Secolo, infatti, il golem viene ormai descritto come un servo artificiale, piuttosto che come puro risultato di una pratica devozionale. Significativamente, la trasformazione del golem, da creazione intesa a rappresentare la sapienza e santità del suo creatore a valido schiavo, si verifica all'incirca contemporaneamente alla comparsa dell'homunculus. Un manoscritto risalente al tempo di Paracelso e Agrippa costituisce la testimonianza più antica riguardante un servo-golem; in questo documento si riferisce che Samuel il Pio “aveva creato un golem privo di parola, ma che lo accompagnò e servì nei suoi lunghi viaggi attraverso Francia e Germania” (Scholem 198-99).
Questi servitori-golem venivano di solito descritti come muti, la qual cosa era vista – similmente ai criteri aristotelici descritti più sopra – come segno della loro inferiorità rispetto agli esseri umani. Come spiega Scholem, coloro che affermavano che i golem non parlavano, facevano un ragionamento simile a quello di Aristotele:


Per molti dei cabalisti che accettavano il concetto filosofico di anima razionale, la capacità di parlare era tutt'uno con quella di ragionare. È per questo che Bahya ben Asher ([nel] 1291) riferisce di Rava [uno dei primi creatori di golem]: “Egli poté certamente dare alla sua creatura un'anima di movimento, ma non l'anima razionale da cui proviene il linguaggio”. Ciò corrisponde all'opinione dominante tra i cabbalisti, per cui in generale il linguaggio è la facoltà somma, o, per usare l'espressione di J. G. Hamann, la “madre della ragione e della rivelazione”. (Scholem 193)

A dispetto dei vistosi limiti delle capacità razionali del golem (e suo conseguente stato subumano), la leggende lo descrivono come paradossalmente potente, proprio come accade con l'homunculus. Poiché essenza e forma del golem si originano nella terra, esso “diventa il depositario di enormi forze telluriche [cioè provenienti dalla terra]” ed è capace, proprio come i “naturali” e gli automata descritti dai filosofi dell'occulto, di evocare e utilizzare questa o quella forza della natura con molta più efficacia del suo creatore umano” (Scholem 164, 195, 202). In particolare, il golem è dotato di una grande forza fisica, derivante dalla sua natura elementale – cioè proveniente dalla terra stessa.
In conclusione, queste antiche idee riguardanti persone subumane quali l'homunculus e il golem evidenziano la caparbietà con la quale restiamo attaccati alla nostra sciovinistica definizione di cosa sia “umano” e cosa sia subumano. Se desideriamo continuare ad aggrapparci alla percezione della nostra eccezionalità, come i greci dei tempi di Aristotele, e tenerci l'idea conveniente di definire quelli che non fanno parte della nostra “tribù” come subumani, in modo da poterli sfruttare per scopi poco raccomandabili, allora continueremo a fare come abbiamo fatto negli ultimi 2500 anni, cioè a ritenere sacrificabili coloro che non fanno parte della nostra cerchia, o peggio, considerarli nostri nemici. E tutto ciò non solo ci impoverirà, ma, paradossalmente, metterà in pericolo l'equilibrio del pianeta e la nostra stessa esistenza.

Note al testo
[1] Vedi Promethean Ambitions: Alchemy and the Quest to Perfect Nature, di William R. Newman (capitolo 4), cui devo molto per le informazioni riguardo l'homunculus, in particolare rispetto alle tradizioni Classica e Araba.
[2] Codex Paneth 393rb; citato e tradotto in Newman 180; ho cambiato la traduzione di omnia absencia in una più colloquiale.
[3] Sebbene venter equinus si traduca alla lettera come “utero equino”, gli alchimisti usavano l'espressione per indicare lo sterco di cavallo, caldo e in fermentazione; Paracelso usa il termine allo stesso modo, anzi spesso porta la metafora oltre, per indicare qualsiasi fonte di un moderato e costante calore (Newman 215).
[4] Per quel che riguarda il dibattito teologico sulla riduzione in schiavitù degli amerindi, vedi i capp. 2 e 3 dell'opera di Padgen. Gli argomenti ivi descritti, nel modo in cui vennero articolati, nel primo XVI Secolo, dai loro maggiori proponenti, Bartholomé de Las Casas e Juan Ginés de Sepùlveda, ebbero origine in Spagna, ma la loro influenza conobbe larga diffusione, come si può dedurre dalla partecipazione al dibattito dello scozzese John Mair. In effetti, come argomenterò nel capitolo sulla Tempesta di Shakespeare, gli argomenti di tale dibattito erano ben noti in Inghilterra fin dalla metà del XVI Secolo.
[5] Alonso Tostado, Eximium ac nunc satis laudatum opus... Venezia, 1508 (cap. 36, f. 5v).
[6] “The Idea of the Golem,” On the Kabblah and its Symbolism, trans. Ralph Manheim (New York: Schocken Books, 1965) 165.
[7] A proposito del golem, vedi anche Byron L. Sherwin, The Golem Legend: Origin and Implications e Moshe Idel, Golem: Jewish Magical and Mystical Traditions on the Artificial Anthropoid.

note del traduttore
[a] Ciò riguarda l'esemplare in possesso della Yale University Library, un codice pergamenaceo del 1300 circa che include 46 manoscritti, tra cui il Liber Vaccae (De vacca sive Liber aneguemis sive Liber anequems sive Liber anguemis sive Liber institutionum activarum Platonis), non altri esemplari (British Library, Biblioteca Apostolica Vaticana, Biblioteca Nazionale centrale di Firenze, eccetera).
[b] Per la precisione, “I materiali necessari alla creazione di un homunculus contemplano seme umano, una vacca, oppure una pecora, e sangue animale, mentre la procedura prevede l'inseminazione artificiale della vacca (o pecora), seguita da imbrattamento dei genitali col sangue di altro animale. L'animale ingravidato avrebbe infine dato alla luce a una sostanza informe, da porsi in una polvere composta da Pietra del Sole (un mistico elisir fosforescente) macinata, zolfo, magnete [forse anche perossido di manganese – ndt], tutia verde [o spodio – ndt], solfato di ferro, e la linfa di un salice bianco. Quando la sostanza informe inizia a coprirsi di pelle umana, è necessario trasferirla in un grosso vaso di vetro o contenitore di piombo, per un periodo di tre giorni. Dopo di ché bisogna nutrirla col sangue della madre, dopo averla decapitata, per un periodo di sette giorni, al termine del quale diventerà un homunculus completamente formato.” (Homunculus - The Alchemical Creation of Little People with Great Powers)

martedì 6 marzo 2018

Spinoza Rosso Sangue È Fuori!

di Domenico D'Amico

Fracasso di tamburo militare con riverbero (effetto capannone industriale dismesso), fanfara di ottoni malassortiti dissonanti q. b.


Finalmente il nostro romanzo (occorre ribadirlo?, mio e del Dottore) è disponibile. E che prezzi!

Lo devo confessare, nonostante abbiamo avuto la fortuna sfacciata (che altro?) di pubblicare con un vero editore, tuttavia non posso fare a meno di provare una punta di malinconia. Il libro elettronico è una gran cosa, e io sono il primo ad approfittare della sua versatilità e utilità. Ma il libro cartaceo, il libro oggetto, il libro palpabile continua a essere, nella mia mente, il “vero” libro.

Ma sono fisime, perché, diciamocela tutta, chi ci avrebbe pubblicato dovendo affrontare (col cartaceo) una spesa anticipata? Si badi bene, la mia non è affatto falsa modestia, ma una constatazione. I grandi editori non leggono inediti ormai da decenni, peggio, non hanno più qualcuno che si prenda la briga di leggerli. L'aneddoto del lettore incaricato che, esausto dopo la disanima di una vagonata di brogliacci illeggibili, si imbatte in una perla rara e la raccomanda caldamente all'editore, facendo così la fortuna letteraria di un autore sconosciuto, quell'aneddoto ormai appartiene al genere fiaba. I piccoli editori, encomiabilmente, fanno del loro meglio, ma anch'essi sono letteralmente travolti da una marea di inediti difficilmente gestibile.

La nostra esperienza (soprattutto del Dottore, lo ammetto) nell'universo degli aspiranti “editi” è stata interessante, oserei dire formativa, e tuttavia deprimente. Non è gradevole vedere schiere (qualcuno direbbe orde) di aspiranti romanzieri cadere preda di editori (solo di nome) che in cambio di un piccolo “contributo” (certe volte tutt'altro che leggero) garantiscono editing, stampa, promozione, tric-trac e bombe a mano! Lo so, non è una tragedia umanitaria, alla fin fine l'aspirante scrittore si ritrova col libro da distribuire agli amici, e non è andato in bancarotta come succede a qualche cliente di fattucchiera. Però un po' triste lo è.
Ma parliamo una buona volta di Spinoza Rosso Sangue! Cosa c'è dentro?
Per cominciare, citiamo la scheda che si legge sul sito di Delos:

In un futuro imprecisato, tra depressione globale e cieli invasi da una polvere rossa come sangue rappreso, Angel Tzara, primo presidente del consiglio di origine straniera in Italia, scopre che la realtà che lo circonda nasconde una sottostruttura misteriosa ed enigmatica. Streghe e vampiri? Esistono, ma non sono come il folklore e i film horror li hanno raccontati. Chiamate di volta in volta dèe, ninfe, maghe o parche, le figlie di Aradia operano da millenni per controllare il destino della razza umana e collaborano con i theda, ovvero i vampiri, fornendo loro un surrogato del sangue detto rubrum liquor. Angel Tzara, arrivato quasi per caso ai vertici della politica, scopre di avere un ruolo centrale in questa vastissima cospirazione che lo vedrà coinvolto in un intreccio di ambigue alleanze e sanguinarie opposizioni tra streghe, gerarchie ecclesiastiche, aristocrazia vampirica… e l'antico demone che un tempo ha portato il nome di Baruch Spinoza.
La sinossi, per quanto possibile, è piuttosto accurata, e quindi, più che trattare ancora dell'intreccio del romanzo, vorrei richiamare la vostra attenzione su qualche dettaglio.
Ad esempio, la figura dell'homunculus.
O, nel nostro caso, della muliercula,


Spinoza Rosso Sangue, Drawing, Disegno, Steyr 40, Girl with Gun
di cui parleremo in un prossimo post.

lunedì 26 febbraio 2018

Spinoza Rosso Sangue – Cosa c'è in una Copertina?

In attesa che il nostro romanzo sia disponibile sul sito di Delos Digital, vorrei raccontarvi la storia, be', la storiella della sua copertina.
Da dove cominciare? Abbiamo un intreccio con cospirazioni plurisecolari, creature (femminili) praticamente immortali che fanno anche il cardinale, vampiri (del tipo biologico), demoni, e anche un sottofondo alchemico...
Il primo abbozzo fu questo (noterete che, va a capire poi perché, volevamo usare un nom de plume):


Decisamente fiacco. Per cui, forse, era meglio puntare su una grafica “sovietica” che già avevo adottato per il nostro primo romanzo (Razza Impura, Smasher Edizioni). Ne feci più di una versione.



Non male, in particolare quella con l'embrione di pipistrello. Forse però poco comunicativa: ragazzi, lo volete il mercato di massa o no?
Avete le ammaliatrici, usatele!
Già, si fa presto a dire, ma come ce le immaginiamo?
Come se le figura il dottor Cilli?


O io, quando mi sono fatto un cicchetto di troppo?


Le immagini, mitologiche o meno, sono troppe!
Calma, calma, sono perfettamente in grado di fare qualcosa di più “popolare”, qualsiasi cosa significhi.
Che ci vuole?
Prendo un bel cardinale,


Raffaello – Ritratto del Cardinal Bibbiena (ca. 1516) – Galleria Palatina, Palazzo Pitti, Firenze


una bella ragazza (cubana, ma sì, abbondiamo!),

(Ho smarrito la fonte)

ed ecco una potenziale papessa!



Mettici un filtro e un testo ammiccante ed è fatta.


Ma è stato più forte di me: chi se ne frega del popolo, a parte i populisti, anzi, nemmeno loro?
Te lo dico io, qui ci vuole qualcosa di evocativo, qualcosa che faccia pensare a queste donne, ninfe, streghe, succube o quel che sono (delle dèe, dico io), personaggi centrali nel romanzo. Quello che mi viene in mente è quasi scontato.


Petrus Christus – Ritratto di Fanciulla – Gemäldegalerie, Berlino

Fallito il tentativo (a ripensarci, assurdo) di recuperare lo stile “sovietico”,


Arrivo a un primo risultato, mirante a sottolineare l'alienità della figura: evidenzio la craquelure, ci metto un pallore oltremondano, occhi di fiamma, insomma evoco qualcosa di antico e inquietante, cosa vuoi di più?


Non mi accorgo, però, di un grossolano errore.
Includendo nel riquadro l'intera testa del soggetto, si crea un fastidioso effetto “finestrella”, un senso di angusto. Può sembrare strano, ma se invece si stringe l'inquadratura, tagliando una parte del volto, si ottiene l'effetto inverso. Questo perché l'osservatore (in questo caso) percepisce virtualmente ciò che è fuori dai margini dell'immagine, il che ridà respiro al tutto. Lo si capisce bene se si ha davanti un campione tangibile.
E così arriviamo alla versione definitiva.


Ovviamente l'editore doveva uniformare il libro allo stile della collana, per cui:


Tutto sommato, il risultato è buono.
Senza falsa modestia, anche il romanzo lo è, ma, come si dice, rosso sangue di sera, l'acquirente si svena.

No, aspetta...