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giovedì 12 settembre 2019

Fiabe di Pietra


Le Statue da un Milione di Euro degli Artigiani di Ekaterinburg

di Julija Shevelkina (da Russia Beyond, 11 settembre 2019)


In questo laboratorio artigiano di Ekaterinburg si prosegue la tradizione lapidea e gioielliera di Fabergé, e i risultati sono di incredibile bellezza: ecco le foto.

Caterina la Grande, Baba Jagà, Genghis Khan, la Regina delle nevi… Nel laboratorio di lavorazione della pietra di Aleksej Antonov sanno il fatto loro, in tema di personaggi storici e delle fiabe. Ormai da trent’anni, questi abilissimi artigiani di Ekaterinburg (1.800 chilometri a est di Mosca) raffigurano vari personaggi usando la tecnica del mosaico a tuttotondo, mantenendo in vita le tradizioni di intaglio delle pietre del leggendario laboratorio di Peter Carl Fabergé.


“Inizialmente, volevamo rilanciare l’arte quasi dimenticata della lavorazione della pietra, ma nel tempo ci siamo resi conto che molte cose erano cambiate in questi oltre cento anni”, raccontano al laboratorio. “Se in precedenza il lavoro era limitato dalle dimensioni ridotte di una pietra costosa, oggi utilizziamo la tecnologia, che ci consente di aumentare il volume di una figura, mantenendo allo stesso tempo la squisita fattura, con precisione da gioielliere.”


A una singola composizione lavora una squadra di 5-6 artigiani: e non ci sono solo intagliatori, ma anche gioiellieri, scultori e artigiani che lavorano il bronzo, l’ottone e lo smalto. Dopo aver scelto un personaggio, gli esperti analizzano il modo in cui è stato descritto nelle fiabe o nella storia e come è stato raffigurato in illustrazioni di libri famosi, quadri, cartoni animati, film o foto.


Successivamente, un artista fa uno schizzo in bianco e nero sulla base del quale viene approvata la composizione. Quindi segue una versione a colori, guardando la quale gli artigiani possono capire quali pietre si adattano per colore e trama ai vari elementi.


“La natura ha già creato tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi dobbiamo solo mettere la pietra giusta al posto giusto”, spiega Aleksej Antonov. “La fluorite contiene bolle all’interno, come la schiuma del mare, quindi l’abbiamo scelta per rappresentare le onde ai piedi della rusalka (una sorta di sirena slava). La sua arpa è fatta di agata traslucida, il che crea l’impressione che sia fatta di acqua.”


Alcuni dettagli sembrano migliori in bronzo. Ad esempio, l’albero di Baba Jagà è stato creato con questo metallo, per dare l’effetto di foglie leggere e sottili.


Successivamente, viene creato un mockup 3D, che consente di vedere l’intero lavoro quasi come apparirà nell’originale finale. In passato, questi modellini venivano realizzati in plastilina dagli artigiani, ma oggi, grazie alla tecnologia informatica, il processo è diventato molto più rapido. La statuina viene stampata in plastica, e le singole parti sono attaccate al corpo centrale mediante calamite. Un artigiano può staccare qualsiasi parte su cui lavorare senza disturbare la composizione generale o le sue proporzioni.


Il modellino 2.0 permette di intagliare i pezzi con maggiore precisione, ma ciò non significa che la produzione possa presto essere automatizzata in toto. “Quando lavori con la pietra, ci sono sempre molte incognite: può sgretolarsi o rivelare internamente una sfumatura diversa da quella che ti aspettavi. La pietra è natura; è viva. I migliori artigiani, i veri maestri, la ascoltano ed è lei a suggerire loro cosa fare. Ecco perché il lavoro di un intagliatore non diventerà mai un processo meccanico”, afferma Antonov.


Per una figura si usa solo una centesima parte di una pietra preziosa o semipreziosa di quelle conservate nell’enorme magazzino del laboratorio. Una lastra da 100-150 kg può contenere solo un piccolo pezzo che funziona per evidenziare un determinato dettaglio, come una cicatrice sul viso di Koshchej Bessmertnyj o la pelle cadente da anziana sulle gambe di Baba Jagà.


Ogni dettaglio viene perforato e montato su un perno di metallo, che viene successivamente utilizzato per collegarlo alle altre parti della composizione. Una volta che l’artigiano ha finito di assemblare il tutto, la statua passa nelle mani di un gioielliere, che crea gli elementi in metalli preziosi. A guardarlo da vicino, si noterà che nel baule di Koshchej ci sono copie di monete moderne di 30 Paesi del mondo.


A seconda delle dimensioni, il ciclo completo di lavorazione di ogni statua dura dai due ai tre anni.


L’altezza delle sculture più piccole è di circa 23 cm e il loro costo si aggira sui 18 mila euro. Le figure di medie dimensioni, che pesano 15-20 kg e sono alte circa 30 cm, hanno un prezzo di 90 mila euro. Le sculture più grandi, che possono arrivare a un metro di altezza e a 100 kg di peso, possono costare anche 900 mila euro. Tra le grandi sculture create da questo laboratorio non ci sono stati solo personaggi delle fiabe, ma anche personaggi storici reali come Gengis Khan e Tamerlano.


La pietra non consente a un intagliatore di replicare esattamente la stessa opera due volte, perché in natura non esistono venature identiche. E ogni opera riflette l’immaginazione e l’interpretazione che l’autore dà del personaggio che rappresenta.


“Un’interpretazione artistica di un personaggio è una gran bella responsabilità, perché l’arte di un intagliatore è eterna, e le nostre opere rimarranno sugli scaffali dei musei o dei collezionisti per tanti secoli”, conclude Antonov.







domenica 30 giugno 2019

Perché John Wick Non c'Azzecca con Baba Yaga


di Georgy Manaev (da Russia Beyond, 31 maggio 2019)
traduzione di Domenico D'Amico


Nel tentativo di rendere ancor più misterioso e “russo” John Wick, gli sceneggiatori del film si sono dati la zappa sui piedi, trasformandolo accidentalmente in una vecchietta.

- He once was an associate of ours. They call him Baba Yaga.
- The boogeyman?
- Well, John wasn't exactly the boogeyman. He was the one you sent to kill the fucking boogeyman.
[- Era uno dei nostri collaboratori. Lo chiamavano Baba Yaga.
- “L'uomo nero”?
- Be', John Wick non era esattamente l'Uomo Nero. Era quello che mandi ad ammazzare il fottuto Uomo Nero!]

Questo dialogo tra il personaggio di Viggo Tarasov e suo figlio nel primo film della serie, in Russia ha fatto alzare qualche sopracciglio. Dipende dal fatto che, ancora una volta, Hollywood ha mostrato scarsa comprensione per le questioni legate alla Russia. Vediamo perché.

Baba, babayka, Baba Yaga
Molti dei commenti online scusano l'errore spiegando che “dato che Viggo è russo, paragona John Wick a Baba Yaga per chiarire al figlio l'entità del potere che ha appena scatenato, e quanta paura dovrebbe realmente avere di John Wick”, o almeno così l'ha messa Michael Wurm su Quora. Ci hai provato, Michael, ma le cose non stanno affatto così.
Sembra che gli sceneggiatori due diverse figure mitologiche russe: il babayka e Baba Yaga. In effetti, i due nomi suonano quasi uguali. Ma il babayka è il termine russo che indica una creatura a cui in altre culture ci si riferisce come l'Uomo Nero. È un essere che porta via con sé i bambini cattivi. Gli scozzesi lo chiamano bogie, i polacchi bobo, gli italiani babau, eccetera.
Tutti questi termini derivano da un'antica radice indoeuropea, baba, che indica un antenato, un progenitore immortale. Con l'andare del tempo queste parole finirono per denotare un'oscura, soprannaturale entità con cui spaventare i bambini – l'Uomo Nero.
Il nome Baba Yaga trae origine dalla stessa radice. Ma, in qualche modo, in russo ha finito per indicare una figura femminile. Ma né una bambina né una giovane donna. Baba, o anche babka, si usa riferendosi a donne anziane e sagge. Babka è una parola piuttosto conosciuta – è l'abbreviazione di babushka [nonna]. Mi pare lampante che John Wick, interpretato da Keanu Reeves, non sia affatto una vecchietta!

Chi è la vera Baba Yaga?
A suo modo, però, Baba Yaga meriterebbe l'appellativo di Uomo Nero – è una delle più popolari creature fiabesche con cui i genitori spaventano i loro bambini. Ma non è sua abitudine rapire i bambini disobbedienti, malgrado sia una creatura mitica potentissima.
Il nome Baba Yaga può essere approssimativamente tradotto con “vecchia strega malvagia”. Secondo le tradizioni popolari, la sua abitazione costituisce un collegamento tra il nostro mondo e gli inferi. La sua capanna si regge su zampe di gallina (una mescolanza di cose vive e inanimate), e la sua porta è rivolta verso la foresta. Quando Baba Yaga torna a casa, ordina alla capanna di girarsi con “il retro verso la foresta, e la facciata verso Baba Yaga”, in modo da permettere alla strega di entrare. Per così dire, Baba Yaga esiste in entrambi i mondi – ha perfino una gamba “tutt'ossa”, il che sottintende che essa è al tempo stesso viva e morta.
Baba Yaga attira la gente nella sua capanna, col pretesto di aver bisogno di aiuto nelle faccende domestiche, mentre in realtà la sua intenzione è di bollirle e divorarle. Lo steccato intorno alla sua capanna è formato di ossa e teschi umani: viaggia a bordo di un mortaio volante (guardate questo video di Baba Yaga dal vivo per le strade di Mosca) e impugna un manico di scopa – noto simbolo pagano relativo alla stregoneria. Ricordate la fiaba dei fratelli Grimm in cui una vecchia strega attira Hansel e Gretel nella sua casa di marzapane? La si considera una versione “europea” della russa Baba Yaga.
Concludendo, John Wick è un personaggio cinematografico che non ha sicuramente niente a che fare con Baba Yaga. Tuttavia, nel terzo capitolo della saga, il tema del folklore russo viene nuovamente toccato: nella scena ambientata nella biblioteca pubblica di New York, John richiede un libro intitolato “Fiabe Popolari Russe” di Alexandr Afanas'ev, pubblicato nel 1864. Afanas'ev fu uno dei più eminenti studiosi del folklore russo, impegnato nella raccolta di fiabe russe, tra cui quelle riguardanti Baba Yaga!


giovedì 5 aprile 2018

Prometeo - Seconda Parte - Schiavi e/o Creature

di Domenico D'Amico


Ladra di Fuoco, 1994

Zeus non è un dio che preesiste al mondo che governa, il mondo se l'è conquistato, e per farlo ha dovuto eliminare il padre (castrandolo), e insieme a lui tutta una generazione di dèi (tranne qualche furbo come Prometeo). È quindi del tutto naturale che nutra il timore di subire, un bel giorno, la stessa sorte.
Come al solito, c'è un oracolo o una profezia che annuncia una qualche disgrazia; di norma, soprattutto per i mortali (vedi Edipo, Odisseo, Pelia eccetera), è impossibile sfuggire al fato, che si compie a dispetto di tutte le loro contromisure (un calco di questo topos è quello fantascientifico del viaggio nel tempo che, nonostante gli sforzi dei personaggi, non fa che realizzare ciò che è destinato ad accadere).
Ma Zeus non è un Pinco Pallino qualsiasi, e quando la Terra in persona (Gea) gli fa sapere che la prole che sta per nascere da Meti (o Metide, una titanessa), la solita “una botta e via” del cronìde, è destinata a fare un golpe che lo priverà del trono, non si perde d'animo. Ripensando al babbo Crono, e rievocando i bei tempi in cui gli aveva tagliato le palle, decise di imitarlo, ingoiando tutt'intera Meti e pupo in arrivo. Tutti sanno quel che accadde in seguito: quasi non riuscendo a contenere tutta quella potenza, Zeus provò le doglie del parto nel cranio, e ci volle un parto cesareo, a colpi di accetta tutta d'oro (alcuni dicono che la impugnasse il solito Prometeo) per far venire fuori Atena, decisamente la più potente tra gli dèi olimpi. L'oracolo era confutato, in quanto non era stata Meti a partorire Atena, ma Zeus stesso (testa di vagina).
E la titanessa, dov'è andata a finire?
Zeus l'ha assorbita, introiettata, assimilata (qualcuno dice dopo la nascita di Atena, ma il risultato non cambia). Il cronìde ha acquisito un ulteriore superpotere, quello di un'astuzia (metis) che non è banale furbizia, ma meditata e riflessiva scaltrezza.
Ma l'ombra della detronizzazione non poteva sparire, soprattutto per uno come Zeus, che sbrodolava carusi per tutta la sfera sublunare.
Ed è qui che torniamo al povero Prometeo incatenato sul Caucaso.
Lui sa da dove verrà il figlio che farà le scarpe a Zeus, e siccome l'informazione è potere, riesce a ottenere la sua liberazione in cambio della soffiata. Zeus ha intenzione di congiungersi con Teti (Meti, Teti, Temi, avete ragione, è un casino), una nereide, ma, appunto, messo in guardia da Prometeo, per una volta tanto si astenne. In seguito Teti ebbe comunque un figlio (non da Zeus ma da un mortale, Peleo), cui diede nome Achille.
Così Prometeo la scampò, anche se dovette aspettare che un figlio di Zeus (Eracle) realizzasse la promessa del padre, uccidendo la fastidiosa aquila e spezzando le dolorose catene. Eschilo rende la storia più lunga e lacrimosa, ma di questo più avanti.

Prometeo viene anche inserito da molti nella categoria dei cosiddetti trickster. Il trickster è una figura che sembra essere presente in tutte le gerarchie mitologiche. È un divino briccone che inserisce il caos, il disordine, il gratuito e l'insensato in mezzo a divinità in genere piuttosto seriose. Ma si badi bene, i trickster (siano le Kitsune giapponesi, l'Anansi dell'Africa Occidentale o il Coyote nordamericano) sono creature ambivalenti, a volte benevole, a volte gratuitamente beffarde, a volte letali.
Prometeo non è così.
I suoi inganni, i suoi veri e propri furti, non sono atti velleitari come il furto di bestiame di Ermes o il transgenderismo di Loki.
Prometeo agisce come amico, mallevadore e protettore dei mortali, senza ambivalenze o atti paradossali. Non stupisce, quindi, che alcune leggende gli attribuiscano la creazione dell'umanità (magari fatta solo di maschi, come dicevamo prima).

È a questo riguardo che ho voluto tradurre l'articolo di Kevin LaGrandeur.
In apparenza, tutti questi automata letteralmente plasmati dalla terra (lasciamo perdere Pandora, che è un vero e proprio robot) hanno molto in comune con figure come l'homunculus e il golem. Creature senza genitori, le prime create da dèi o semidei, queste ultime create dagli uomini.
Ma, come ci fa capire LaGrandeur, la differenza c'è, ed è fondamentale.
Gli uomini creano gli homunculus e i golem col preciso intento di farne degli schiavi, o anche peggio, materia prima per opere di magia.
Gli dèi creano gli esseri umani, in genere, per una sorta di eccesso di sé, un intrattenibile impulso creativo, per avere un altro da sé che confermi la loro identità, e anche, ma sì, per avere qualcuno che li veneri.
Unica eccezione, per quanto ne so, sono gli Anunnaki della Mesopotamia, che hanno creato gli esseri umani appositamente come forza lavoro.
Schiavi degli dèi, edificante.
Se perciò diciamo che Prometeo ha agito per amore degli umani, non siamo fuori strada.
Luciano di Samosata, nel suo Prometeo, fa considerazioni molto laiche: avrò anche esagerato con la burla del grasso e delle ossa, ma non vi pare esagerato punirmi in questo modo? Quanto alla questione del fuoco, che diamine, voi dèi che ve ne fate? Non patite il freddo, non cucinate, eppure ve lo volete tenere tutto per voi [il punto di vista del fabbro Efesto non viene considerato]; la vittima, qui, sono io!

Del titano, purtroppo, la storia successiva ha voluto disegnare un profilo ben diverso, non quello di un eroe culturale, ma quello di un ribelle (apolitico) un po' narcisista, che si oppone alla tirannia del Big Daddy più per ambizione personale che per una questione di principio.
È il Romanticismo, è il Satana di Milton (e Carducci), è il “Prometeo Liberato” di Mary Shelley, è uno che preferisce regnare all'Inferno che servire in Cielo, uno che non sarebbe mai sceso a compromessi con Zeus, ma che sarebbe rimasto lì, inchiodato alla roccia, irrisore nel dolore della pena come Capaneo.
Ma questa è davvero un'altra storia.

(fine Seconda Parte) (Prima Parte)

Prometeo – Prima Parte - Il Titano che Amava i Mortali

di Domenico D'Amico

Promethea, 1998

Ho già parlato di tecnica del puntino e del tratteggio incrociato, e di come, grosso modo tra XX e XXI Secolo, mi sia dedicato al secondo, pur non abbandonando totalmente il primo (lo confesso, usare frasi quali “tra il XX e il XXI Secolo suonavo il piano sulle navi da crociera” mi fa sentire molto vampiro). Perché una scelta “pura” non c'è (ad esempio, in un disegno col puntino, un'area molto scura può usufruire di una buona dose di tratteggio e/o scarabocchio). Una delle ragioni (assolutamente non l'unica) di quel cambiamento era la stanchezza, anche fisica. Il puntino fa un bell'effetto, ma richiede molto lavoro, e senza un atteggiamento, diciamo così, zen, ti può stroncare. Il tratteggio dà maggior respiro, e richiede una disciplina più fisica che mentale.
Ma tutto questo è solo illusione, gli opposti coincidono, e, in fondo cos'è un puntino, se non un tratto estremamente corto?

Promethea, Particolare
In questo blog i disegni che presento oscillano tra le due pratiche perché nel farlo non procedo cronologicamente; questo Promethea, tuttavia, è stato tra i primissimi, se non il primo in assoluto, in cui il tratteggio è stato applicato appieno.
La figura centrale, ovviamente, è una rappresentazione femminile dell'icona di Prometeo, di qui Promethea (con l'h, tanto per conferirle un alone maggiormente “ellenico”). Casomai servisse, chiarisco che non c'è il minimo collegamento col fumetto omonimo di Alan Moore.

Prometeo, il titano amico dei mortali

Il mito di Prometeo è variegato, con fabulae che si sovrappongono o addirittura contraddicono. Questo però, per quel che riguarda la mitologia classica, è prassi comune. I greci non avevano un canone religioso approvato e vidimato come (in seguito) i monoteisti. Per inciso, non è che le versioni incompatibili siano assenti fra questi ultimi, basta pensare al doppio racconto della creazione nel Genesi o a quel guazzabuglio dei Sinottici.
Tornando a Prometeo, gli si attribuiscono diversi genitori, ma è comunque certo che appartenesse alla stirpe dei Titani, come dire la generazione che precedette quella degli Olimpi. Molto scaltro, ma più che astuto ingegnoso, più che ingegnoso intelligente e previdente (Prometeo=Colui che pre-vede), nella guerra scatenata da alcuni Titani, con l'aggiunta dei Giganti, contro Zeus, si schierò con quest'ultimo. Quello che però caratterizza la sua figura è una predilezione per gli esseri umani davvero unica tra gli dèi greci. Per citare il grande maestro (mio e del dottor Cilli) Bertrand Russell “Gli dèi omerici erano gli dèi di un’aristocrazia conquistatrice, non gli utili dèi della fertilità propri a chi arava la terra”. Il fatto che gli dèi omerici fossero dei grandissimi bastardi, del resto, è confermato anche dall'ormai classico Le Nozze di Cadmo e Armonia di Roberto Calasso: violenze, massacri e stupri a man salva, roba che mettitici tu a fare i libri illustrati per bambini sui numinosi greco-romani! Qualcuno, offeso nel pudore, fece anche un'interrogazione parlamentare.

Due episodi in particolare esemplificano l'amore di Prometeo per gli umani. Nel primo, chiamato a fare da arbitro sul modo di spartire tra uomini e dèi i sacrifici animali, acconciò ossa e scarti sotto un bel po' di appetitoso grasso, e il meglio della carne lo camuffò con le frattaglie meno invitanti. Di solito si racconta che Zeus in persona cadesse nella trappola tesa da Prometeo, scegliendo la parte peggiore dell'offerta, e inaugurando così la prassi in uso tra i greci.
Raccontata così, la storia è assurda: Zeus si accorge subito della fregatura, non a caso è uno che ha partorito una dea sapientissima (Atena: ne parliamo più sotto) direttamente dal cranio, ma sta al gioco, salvo subito dopo adirarsi e rivalersi sugli umani, che non c'entrano niente.

Incidentalmente, questo è tipico degli dèi olimpici, scegliersi quasi sempre un bersaglio minuscolo e indifeso e attaccarlo con tutta la loro numinosa potenza (com'è anglosassone, tutto ciò!).

Di solito su queste incongruenze si sorvola, si tratta di miti ancestrali, di archetipi, non di narrazioni realistiche, quindi comportamenti ritualizzati e stilizzati che non possono essere misurati coi parametri del buon senso psicologico dei moderni.
Sarà. Ma non in questo caso.
Esiodo, nella sua Teogonia, descrive una scena molto colorita.
Prometeo ridacchia, gongolando al pensiero del bidone che sta tirando agli olimpi, e Zeus capisce immediatamente di trovarsi davanti a una truffa elaborata, e anche lui ride sardonicamente in faccia a Prometeo. Poi, avvicinatosi al sacrificio, guarda sotto il grasso, vede le ossa, e solo a questo punto si scompone. Il perché è evidente: Zeus non ha fatto una scelta, non esplicitamente, ma nel momento stesso in cui si è avvicinato e ha toccato una delle opzioni, la sua essenza divina ha determinato, quasi per contagio, che la suddivisione orchestrata da Prometeo divenisse, da quel momento in poi, quella legale. Insomma, diritto divino.

Speculiamo: Zeus non ha un particolare interesse per la questione (gli dèi non si nutrono certo delle offerte degli uomini, si cibano di nettare e ambrosia, e dei sacrifici godono soltanto perché ne apprezzano l'odore – de gustibus), perciò quello che lo offende non è beccarsi le ossa invece del controfiletto, ma il fatto stesso che lo si voglia ingannare, trattandolo come un boccalone, lui, il padre degli dèi! Da questo punto di vista la sua rappresaglia contro gli umani non è del tutto immotivata, dato che l'inganno di Prometeo ha senso soltanto se visto come uno stratagemma a favore degli uomini, perché, a differenza degli dèi, agli umani il controfiletto piace, eccome!
Nello speculare, scherziamo. Come in ogni racconto mitico che spiega un uso o un fatto storico, quale il modo tradizionale di gestire i sacrifici, i personaggi fanno quello che fanno perché è così che devono andare le cose.
Ma guarda caso, le contromisure di Zeus non fanno altro che offrire a Prometeo il destro per un'ulteriore macchinazione a favore dei mortali.

Non crediate di passarla liscia

Zeus toglie il fuoco agli umani.
Non per speculare ancora a vanvera, ma che diamine significa? L'utilizzo del fuoco è una tecnologia, è un oggetto culturale: come si fa a farlo sparire? Lobotomizzando il genere umano?

Eh, le cose sono molto più semplici.
In realtà i mortali non posseggono la tecnologia del fuoco, ma ne usufruiscono quando, e solo quando, Zeus si degna di colpire con una folgore un albero (i “frassini” di cui parla Esiodo echeggiano la natura bruta e devoluta degli umani rispetto alle ere precedenti): niente fulmini, niente fuoco.
Ma Prometeo riconsegna il fuoco agli umani, nascondendolo dentro un bastone cavo (una ferula, appunto). Ripensandoci, è come soffiare il naso alle galline: se i mortali non riuscivano a generare e conservare una fiamma, tanto che per averne dovevano aspettare che cadesse un fulmine, cosa cambia se la fonte cambia? Dovranno aspettare che Prometeo li rifornisca, magari a scadenza bimestrale?
È chiaro quello che qui si adombra, cioè la figura di Prometeo come eroe civilizzatore, che non consegna ai mortali un oggetto, ma una tecnica. Quello che, in questo caso, fa andare di nuovo in bestia Zeus è che gli umani, dominando il processo di combustione, non hanno più bisogno del contributo divino. Eritis sicut Deus.
(Questo è un aspetto della figura di Prometeo esplorato nel Prometeo Incatenato di Eschilo, ma di questo, più giù.)

Zeus castiga nuovamente gli esseri umani, mandandogli una donna, un androide di nome Pandora. Sorvoliamo su questa storia, che troppo ci sarebbe da dire, ma non possiamo fare a meno di osservare come il testo di Esiodo (Teogonia, 570 sgg.) ci impone un aut aut ineludibile: o Pandora è la prima donna, capostipite degli umani di genere femminile (o, in alternativa, madre della prima donna mortale [Igino, Miti 142]), e questo vuol dire che, fino a quel momento, i mortali erano stati tutti maschi; oppure Pandora è la progenitrice solo di un tipo particolare di donna, denominabile, per semplificare, femme fatale.
In pratica, le donne sottomesse, ubbidienti, econome, laboriose, caste e rispettose dei mariti appartengono all'umanità originaria, mentre le donne disubbidienti, edoniste, intriganti, promiscue e sciattone sono arrivate più tardi, a guisa di maledizione per i poveri mariti maltrattati.

Le brave ragazze e le cattive ragazze non sono differenti come carattere, ma come specie!

(Prossimamente, parlando di Azazello-Azazel-Asael, accennerò al fatto che in altri miti le donne fanno da tramite tra il divino e l'umano per l'acquisizione di tutte le tecniche e conoscenze che istituiscono la civiltà-bildung)
La famosa e bruttissima fine di Prometeo, incatenato sul Caucaso, con l'avvoltoio che gli divora il fegato di giorno, mentre di notte fa un freddo cane (e il fegato gli ricresce), non è tuttavia permanente, che il Titano ha un asso nella manica, e ha tutte le intenzioni di sfruttare al massimo il proprio potere contrattuale.


(fine Prima Parte) (Seconda Parte)

domenica 25 marzo 2018

Se Questo È un Homunculus

Nel nostro romanzo (Spinoza Rosso Sangue) una figura ricorrente è quella dell'homunculus, o meglio, della muliercula. Si tratta di un termine (in quest'accezione) che abbiamo dovuto inventare, dato che la tradizione alchemica riguardante la creazione di un essere umano artificiale ha sempre dato per scontato, pensa un po', che detta creatura dovesse avere un'identità maschile.
Prima di approfondire un po' la questione, come già promesso, inquadriamo storicamente il soggetto, leggendo questo interessantissimo articolo, preceduto naturalmente da un mio disegno di tematica attinente (con tanto di particolare ingrandito).

Ne riparleremo.

Atanor, Drawing, Disegno
L'Uovo Alchemico, 1994


Atanor, Disegno
L'Uovo Alchemico - Particolare
Antiche Definizioni dello Stato di Persona – L'Homunculus, il Golem e Aristotele
traduzione di Domenico D'Amico
[le note con numeri arabi sono nel testo originale, quelle con lettere minuscole del traduttore]

Prima di decidere sulla moderna definizione, e ulteriore elaborazione dello stato di persona per quel che riguarda l'extra umano, sarà utile esaminare come lo stato di persona sia stato definito nel corso della storia – in particolare per quel che riguarda i numerosi casi di androidi dell'antichità, poiché essi hanno presentato a suo tempo l'argomento migliore a sostegno di individui che avrebbero potuto, secondo i canoni del periodo, essere riconosciuti come pienamente umani.
In questa esposizione si discuteranno gli argomenti legali e filosofici di base utilizzati per definire lo status di due tipi di androide artificiale, l'homunculus e il golem, nel corso del Medioevo e del Rinascimento, periodi in cui la loro creazione era ritenuta concretamente possibile, o addirittura concretamente realizzata.
Si mostrerà anche come la definizione storica dello stato di persona abbia per lo più coinciso con le idee di Aristotele, idee che egli sviluppa principalmente allo scopo di determinare chi sia legittimamente soggetto alla riduzione in schiavitù [who is worth of slavery]. Questi punti di vista storici sullo stato di persona sono importanti perché mostrano le pregresse difficoltà sociali che comporta ogni odierna ridefinizione dello stato di persona riguardo l'extra umano.
L'idea dell'homunculus precede il Rinascimento, anche se raggiunge il suo massimo sviluppo in questo periodo. Lo storico della scienza William Newman ha dimostrato che l'idea di produrre un essere umano artificiale risale almeno al primo Medioevo, forse perfino alla tarda antichità, e che le basi di quest'idea hanno la loro origine in Aristotele [1]. Sebbene egli stesso non credesse nella possibilità di creare esseri umani artificiali, le sue teorie sulla riproduzione umana e sulla generazione spontanea spinsero i suoi epigoni a ritenerla fattibile. L'idea che Aristotele aveva della riproduzione attribuiva la formazione della vita al seme maschile, assegnando al sangue mestruale il ruolo secondario di sostanza nutritiva.
Per questo motivo, dato che il ruolo della donna era essenzialmente quello di fornire un contenitore per la gestazione del feto, scienziati e pensatori dei periodi tardo-classico, medievale e rinascimentale, poterono desumere che, avendo a disposizione lo sperma maschile, analoghe sostanze nutrienti, analogo calore e analogo recipiente, fosse possibile una riproduzione umana asessuata.
Le primissime descrizioni della creazione di un essere umano artificiale si possono leggere in due opere che, rispettivamente, risalgono probabilmente al tardo periodo classico e al primo Medioevo. La prima è la storia di Salaman e Absal, che ha la sua origine tra gli arabi del Medio Oriente. Ne fa menzione Avicenna, il grande medico e filosofo persiano del X Secolo, ma, come sostiene Newman, di questo racconto esiste una diversa, e probabilmente più antica versione, che risale almeno al III o IV Secolo a. C.
C'è un'altra opera molto antica, un libro di magia intitolato Il Libro della Vacca (Liber Vaccae), che illustra la primissima ricetta pratica per la creazione di un homunculus. Lo studioso persiano Jabir ibn Hayyan ha lasciato delle note al riguardo, e visto che la maggior parte delle opere attribuitegli spazia tra l'800 e il 900 a.C., il Libro della Vacca dovrebbe appartenere a un periodo precedente, cioè alla tarda Età Classica o al primo Medioevo. Quest'opera capostipite, a lungo attribuita a Platone, sopravvive solo in un raro manoscritto latino, il Codice Paneth, esso stesso una traduzione dall'arabo [a]. Essa fornisce la ricetta per la creazione di un uomo artificiale mediante la miscelazione di sperma umano e una pietra fosforescente, la collocazione della mistura nell'utero di una vacca (o pecora), e la nutrizione con sangue del piccolo umano che ne risulta [b].
È importante sottolineare che la prima formula a noi nota riguardante un essere umano artificiale è esplicitamente indirizzata alla creazione di un servo umano, dotato in aggiunta di poteri straordinari, addirittura miracolosi. Lo scopo del processo di creazione è produrre un umanoide che “se cresciuto e nutrito per un anno intero, e tenuto nel latte e nell'acqua piovana, esso darà notizia di tutte le cose ed eventi distanti [omnia absencia]”. Inoltre, esso avrà il potere di influenzare “il ciclo lunare, o di mutare un uomo in una vacca o in una pecora”, oppure lo si può sventrare vivo, in modo che i suoi fluidi corporei, applicati ai piedi del suo creatore, gli permettano di camminare sulle acque [2]. Da notare, qui, il tono indifferente, quasi trascurato con cui si parla di vivisezionare un essere umano allo scopo di imbrattarsi i piedi con i suoi fluidi organici. C'è un evidente collegamento con la sua condizione di subumano e schiavo. Su questo, torneremo più avanti.
Durante il Rinascimento, l'idea di homunculus divenne per lo più associata a Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, meglio noto come Parcelso, che fornì la descrizione maggiormente dettagliata di questa creatura e di come generarla. In De Natura Rerum, Paracelso descrive in maniera molto precisa come creare un homunculus, omaggiando il lettore di una vera e propria ricetta:

Se la fonte di vita [il seme maschile - ndt], chiusa in un'ampolla di vetro sigillata ermeticamente, viene seppellita per quaranta giorni nel ventre equino [letame di cavallo] [3] e opportunamente magnetizzata comincia a muoversi e a prendere vita. Dopo il tempo prescritto assume forma e somiglianza di essere umano, ma sarà trasparente e senza corpo fisico. Nutrito artificialmente con arcanum sanguinis hominis per quaranta settimane e mantenuto a temperatura costante prenderà l'aspetto di un bambino umano. Chiameremo un tale essere Homunculus, e può essere istruito ed allevato come ogni altro bambino fino all'età adulta, quando otterrà giudizio ed intelletto. (1:24)

Chiaramente, la ricetta di Paracelso fonde insieme gli elementi aristotelici della riproduzione e della generazione spontanea discussi più sopra. Ma, rispetto al modello originale aristotelico, gli elementi riguardanti la riproduzione conoscono una riduzione, visto che ogni contributo da parte della donna viene quasi del tutto espunto. Come abbiamo visto, la teoria di Aristotele richiede che il corpo femminile fornisca non solo un ambiente caldo e protetto, ma anche un contributo materiale per la formazione del bambino. È questo che dona al bambino umano le qualità di entrambi i genitori.
Tuttavia, dato che Paracelso focalizza primariamente la sua attenzione sul processo di putrefazione delle sostanze (o alla loro “digestione”, come la definisce in un altro passaggio), si può vedere come per lui la questione principale sia il controllo di un processo molto simile alla generazione spontanea. È importante ricordare che questo fenomeno, chiamato anche abiogenesi, era il processo mediante il quale (così si credeva nell'antichità) creature inferiori come gli insetti venivano generati spontaneamente dalla materia organica in decomposizione. Il fatto che l'homunculus si ricolleghi a questo processo implica il suo stato di inferiorità rispetto al proprio creatore.
All'incirca nel medesimo periodo, e nel medesimo contesto culturale di Paracelso, anche Cornelius Agrippa von Nettesheim (1486-1535) fa menzione della creazione di un homunculus. Come Paracelso, Agrippa praticava la medicina, credeva nella scoperta attraverso la sperimentazione, e aveva avuto molti dissidi con le autorità, per quanto i suoi riguardassero la Chiesa, piuttosto che l'establishment medico.
Nel suo De Occulta Philosophia (Tre Libri di Filosofia Occulta) discute di come la generazione spontanea di esseri viventi si possa rendere possibile utilizzando la giusta miscela di elementi naturali, purché sotto la giusta influenza astrologica. Tra le varie creature prodotte con questo sistema, quali le rane generate usando anatre disseccate e polverizzate mescolate con acqua, Agrippa cita l'homunculus. Di nuovo, l'uomo artificiale viene associato agli animali – e gli animali, a loro volta, vengono visti come oggetti. Si possono essiccare e polverizzare, come fossero materiali inerti, per venire rigenerati successivamente con l'aggiunta di acqua.

L'Homunculus Come Servo Artificiale

Un importante collegamento tra le trattazioni dei due autori è l'uso che fanno del termine “naturale” per descrivere un oggetto vivente umanoide non nato da genitori umani. Paracelso dichiara, parlando dell'homunculus, che “tali creature i filosofi le chiamano naturali”. Anche Agrippa parla dei “naturali” nella De Occulta Philosophia, e la sua trattazione, molto più dettagliata, è rivelatrice. Trattando della matematica e delle “molte magnifiche opere realizzabili solo tramite le arti matematiche”, egli afferma:
...e perciò mercé le sole scienze matematiche è dato produrre, senza intromissione di alcun potere naturale, operazioni simili a quelle naturali, poiché, come dice Platone, sono cose che non partecipano né della verità né della divinità, ma sono rassomiglianze concatenate l'una all'altra, come corpi che camminano e parlano senza esser dotati di potere animale, a similitudine degli idoli di Dedalo, chiamati automa, automata, di cui fa cenno Aristotele... (Libro II, capitolo I)

Questo passaggio chiarisce una serie di cose: primo, Agrippa considera i naturali “rassomiglianti” agli automata. Secondo, il contesto in cui Aristotele fa cenno agli idoli e automata di Dedalo, nella sua Politica, riguarda l'idea di uno schiavo più adatto [alla sua funzione] (1253b25-1254a1); di conseguenza, è implicito che Agrippa pensa agli homunculi, così come ad altri naturali o automata, anche come schiavi. E in effetti, proprio come Aristotele, che giustifica la schiavitù anche sostenendo che i non greci non siano del tutto umani, e quindi possano essere considerati, come succede coi muli, “schiavi per natura”, Agrippa considera tutti i naturali come qualcosa di meno che umano.
Quello che Agrippa intende, quando definisce i “naturali” (come l'homunculus) come cose “che non partecipano né della verità né della divinità, ma sono rassomiglianze concatenate l'una all'altra”, è che essi sono privi di anima. In altri termini, un “naturale” è un oggetto umanoide che ha l'apparenza di un essere vivente ma non è davvero umano, essendo il prodotto di elementi naturali, ma privo della componente divina che caratterizza gli umani.
Perciò, oltre a indicare che Agrippa e Paracelso trattano del medesimo tipo di simulacro umano, il termine “naturale” ci fa anche comprendere la posizione di inferiorità che tali creature occupano, rispetto agli umani, nell'ordine cosmico.
Data la posizione di inferiorità dell'homunculus, si può capire il motivo implicito per cui Paracelso, nel passaggio dal De Vita Longa citato più sopra, ne parla come qualcosa da “utilizzare”. Perché gli homunculi, a dispetto della loro condizione subumana, sono in possesso di doti supernormali, come la capacità quasi medianica di conoscere “cose segrete e nascoste”, o una “grande e potente” semibestiale forza fisica (De Natura Rerum, 1:124). E il fatto che siano assimilabili a una macchina fornisce una giustificazione per il loro uso alla stregua di schiavi. Gli animali e gli automata non hanno l'anima: l'inclusione degli homunculi e dei popoli barbari nella medesima categoria di animali e automata, rende eticamente accettabile il loro utilizzo come servi.
Quest'etica di convenienza è implicita non solo nell'accostamento che fa Agrippa tra naturali e macchine (che anticipa le idee estreme di Cartesio, che all'inizio del XVIII Secolo vedeva gli esseri viventi come “macchine organiche”, con l'eccezione degli esseri umani, in quanto dotati di anima), ma anche nel modo in cui Paracelso, nel suo Liber de Nymphis, si riferisce ad essi [i naturali] chiamandoli “bestie” o “cose” (capp. 230 e 216).
Non è una coincidenza che le affermazioni da parte di Paracelso che i “naturali”, ad onta dei loro poteri, fossero inferiori agli umani, e che tale inferiorità fosse sostanziata da una insufficienza di intelligenza e razionalità, suonino molto simili a quelle fatte all'epoca dai propugnatori della schiavizzazione degli indiani d'America.
Come sottolinea Anthony Padgen nel suo The Fall of Natural Man, Paracelso rientra nel novero dei pensatori del suo tempo che accozzavano gli indiani americani con ninfe, satiri, giganti e pigmei, tutti quanti “selvaggi”. Egli aveva due ragioni per pensarlo: primo, riteneva che entrambi i gruppi si riproducessero nel medesimo modo – attraverso una forma di generazione spontanea; la seconda e più rilevante motivazione era che questi “barbari” non erano dotati di “ragione”. Sulle orme della definizione aristotelica dello “schiavo per natura”, personaggi come Juan Ginés de Sepúlveda, Gil Gregorio, Bernardo de Mesa e il teologo scozzese John Mair asserivano che i nativi del Nuovo Mondo, per via della loro essenziale incapacità di riflessione e ragionamento, erano, nonostante il loro valore guerriero, la pratica dell'agricoltura eccetera, collocabili in uno spazio tra il bestiale e l'umano; di conseguenza, era lecito ridurli in schiavitù con l'uso della forza [4].
Questa descrizione dell'homunculus, al contempo schiavo e strumento superpotente, innescò in Europa un considerevole dibattito, così come succedeva riguardo il trattamento degli indiani d'America. Alcuni studiosi europei, come il chiosatore medievale pseudo-Tommaso, sembrano concordare con l'idea che l'homunculus fosse subumano e quindi suscettibile di sfruttamento da parte del suo creatore. Altri europei dissentivano da tale formulazione. Alcuni non erano d'accordo perché ritenevano un tale trattamento immorale nei confronti di qualsiasi animale, altri perché la loro idea riguardo l'anima dell'homunculus differiva da quella dello pseudo-Tommaso.
Guglielmo d'Alvernia sosteneva la prima di queste due posizioni. Nel suo trattato De Legibus stigmatizza le pratiche descritte nel Liber Vaccae, partendo dal principio che è sbagliato creare animali artificiali, di qualsiasi genere, solo perché poi vengano uccisi per altri scopi (Opera Omnia, 34). Inoltre, nella sua opera De Universo, egli si mostra preoccupato dal fatto che la pratica di raccogliere seme umano (secondo le istruzioni per la creazione di homunculi del Liber Vaccae) ricordi troppo da vicino quello che demoni notturni come i succubi fanno allo scopo di creare stirpi mostruose (Opera Omnia, 1009A). Nei testi di altri studiosi medievali, questa ripulsa di tipo teologico è ancora più spiccata.
Come Guglielmo, essi deprecano la creazione di homunculi, ma la loro disapprovazione deriva dall'idea, molto più preoccupante, che creare un homunculus equivalga a manipolare Dio. Secondo loro, perché l'homunculus sia vivo è necessario che possegga un'anima razionale, e ciò solleva il dilemma della provenienza, divina o demoniaca, di quest'anima. Se, come ritiene Alonso Tostado, l'anima razionale ha la sua origine in Dio, di conseguenza la creazione di un homunculs è un atto maligno, perché costituisce, come racconta riguardo l'homunculus di Arnoldo di Villanova, il tentativo di costringere Dio a fornire un'anima per un essere creato dall'uomo [5]. L'altra possibilità, che quell'anima sia in pratica un demone incarnato, sarebbe altrettanto inaccettabile.

Il Golem

L'idea di creare un golem fa la sua prima comparsa in un commentario del tardo XII Secolo del Sepher Yetzirah (Libro della Creazione), un testo cabalistico, sebbene il concetto che si possano creare esseri viventi mediante rituali magici sia ben più antico. Come annota Gershom Scholem, la massima autorità sulla storia del golem nel pensiero ebraico, “L'idea che l'atto [divino] della creazione si potesse replicare per mezzo della magia o di altre arti” trae origine dalle “leggende, riportate nel Talmud, riguardanti certi rabbini famosi del III e IV Secolo” [6]. Molti altri ritengono che lo stesso Sepher Yetzirah sia anteriore al Medioevo, e i commentatori medievali dell'opera affermano che personaggi del remoto passato, quali Abramo o Geremia, abbiano realmente utilizzato la conoscenza contenuta in questo libro al fine di creare esseri viventi (165) [7].
Come per l'homunculus, l'associazione del golem con gli automata, così come la sua condizione di subumano, determinano la condizione servile di tale creatura. Giunti al XVI Secolo, infatti, il golem viene ormai descritto come un servo artificiale, piuttosto che come puro risultato di una pratica devozionale. Significativamente, la trasformazione del golem, da creazione intesa a rappresentare la sapienza e santità del suo creatore a valido schiavo, si verifica all'incirca contemporaneamente alla comparsa dell'homunculus. Un manoscritto risalente al tempo di Paracelso e Agrippa costituisce la testimonianza più antica riguardante un servo-golem; in questo documento si riferisce che Samuel il Pio “aveva creato un golem privo di parola, ma che lo accompagnò e servì nei suoi lunghi viaggi attraverso Francia e Germania” (Scholem 198-99).
Questi servitori-golem venivano di solito descritti come muti, la qual cosa era vista – similmente ai criteri aristotelici descritti più sopra – come segno della loro inferiorità rispetto agli esseri umani. Come spiega Scholem, coloro che affermavano che i golem non parlavano, facevano un ragionamento simile a quello di Aristotele:


Per molti dei cabalisti che accettavano il concetto filosofico di anima razionale, la capacità di parlare era tutt'uno con quella di ragionare. È per questo che Bahya ben Asher ([nel] 1291) riferisce di Rava [uno dei primi creatori di golem]: “Egli poté certamente dare alla sua creatura un'anima di movimento, ma non l'anima razionale da cui proviene il linguaggio”. Ciò corrisponde all'opinione dominante tra i cabbalisti, per cui in generale il linguaggio è la facoltà somma, o, per usare l'espressione di J. G. Hamann, la “madre della ragione e della rivelazione”. (Scholem 193)

A dispetto dei vistosi limiti delle capacità razionali del golem (e suo conseguente stato subumano), la leggende lo descrivono come paradossalmente potente, proprio come accade con l'homunculus. Poiché essenza e forma del golem si originano nella terra, esso “diventa il depositario di enormi forze telluriche [cioè provenienti dalla terra]” ed è capace, proprio come i “naturali” e gli automata descritti dai filosofi dell'occulto, di evocare e utilizzare questa o quella forza della natura con molta più efficacia del suo creatore umano” (Scholem 164, 195, 202). In particolare, il golem è dotato di una grande forza fisica, derivante dalla sua natura elementale – cioè proveniente dalla terra stessa.
In conclusione, queste antiche idee riguardanti persone subumane quali l'homunculus e il golem evidenziano la caparbietà con la quale restiamo attaccati alla nostra sciovinistica definizione di cosa sia “umano” e cosa sia subumano. Se desideriamo continuare ad aggrapparci alla percezione della nostra eccezionalità, come i greci dei tempi di Aristotele, e tenerci l'idea conveniente di definire quelli che non fanno parte della nostra “tribù” come subumani, in modo da poterli sfruttare per scopi poco raccomandabili, allora continueremo a fare come abbiamo fatto negli ultimi 2500 anni, cioè a ritenere sacrificabili coloro che non fanno parte della nostra cerchia, o peggio, considerarli nostri nemici. E tutto ciò non solo ci impoverirà, ma, paradossalmente, metterà in pericolo l'equilibrio del pianeta e la nostra stessa esistenza.

Note al testo
[1] Vedi Promethean Ambitions: Alchemy and the Quest to Perfect Nature, di William R. Newman (capitolo 4), cui devo molto per le informazioni riguardo l'homunculus, in particolare rispetto alle tradizioni Classica e Araba.
[2] Codex Paneth 393rb; citato e tradotto in Newman 180; ho cambiato la traduzione di omnia absencia in una più colloquiale.
[3] Sebbene venter equinus si traduca alla lettera come “utero equino”, gli alchimisti usavano l'espressione per indicare lo sterco di cavallo, caldo e in fermentazione; Paracelso usa il termine allo stesso modo, anzi spesso porta la metafora oltre, per indicare qualsiasi fonte di un moderato e costante calore (Newman 215).
[4] Per quel che riguarda il dibattito teologico sulla riduzione in schiavitù degli amerindi, vedi i capp. 2 e 3 dell'opera di Padgen. Gli argomenti ivi descritti, nel modo in cui vennero articolati, nel primo XVI Secolo, dai loro maggiori proponenti, Bartholomé de Las Casas e Juan Ginés de Sepùlveda, ebbero origine in Spagna, ma la loro influenza conobbe larga diffusione, come si può dedurre dalla partecipazione al dibattito dello scozzese John Mair. In effetti, come argomenterò nel capitolo sulla Tempesta di Shakespeare, gli argomenti di tale dibattito erano ben noti in Inghilterra fin dalla metà del XVI Secolo.
[5] Alonso Tostado, Eximium ac nunc satis laudatum opus... Venezia, 1508 (cap. 36, f. 5v).
[6] “The Idea of the Golem,” On the Kabblah and its Symbolism, trans. Ralph Manheim (New York: Schocken Books, 1965) 165.
[7] A proposito del golem, vedi anche Byron L. Sherwin, The Golem Legend: Origin and Implications e Moshe Idel, Golem: Jewish Magical and Mystical Traditions on the Artificial Anthropoid.

note del traduttore
[a] Ciò riguarda l'esemplare in possesso della Yale University Library, un codice pergamenaceo del 1300 circa che include 46 manoscritti, tra cui il Liber Vaccae (De vacca sive Liber aneguemis sive Liber anequems sive Liber anguemis sive Liber institutionum activarum Platonis), non altri esemplari (British Library, Biblioteca Apostolica Vaticana, Biblioteca Nazionale centrale di Firenze, eccetera).
[b] Per la precisione, “I materiali necessari alla creazione di un homunculus contemplano seme umano, una vacca, oppure una pecora, e sangue animale, mentre la procedura prevede l'inseminazione artificiale della vacca (o pecora), seguita da imbrattamento dei genitali col sangue di altro animale. L'animale ingravidato avrebbe infine dato alla luce a una sostanza informe, da porsi in una polvere composta da Pietra del Sole (un mistico elisir fosforescente) macinata, zolfo, magnete [forse anche perossido di manganese – ndt], tutia verde [o spodio – ndt], solfato di ferro, e la linfa di un salice bianco. Quando la sostanza informe inizia a coprirsi di pelle umana, è necessario trasferirla in un grosso vaso di vetro o contenitore di piombo, per un periodo di tre giorni. Dopo di ché bisogna nutrirla col sangue della madre, dopo averla decapitata, per un periodo di sette giorni, al termine del quale diventerà un homunculus completamente formato.” (Homunculus - The Alchemical Creation of Little People with Great Powers)

giovedì 8 marzo 2018

Dalla Giara, un Elisir d'Amore

di Domenico D'Amico

Dalla Giara, 1987


Illustrissimo Burattinaio,

come da sue indicazioni, inizierò la mia succinta (nonché asistematica) locuzione riguardo L'Elisir d'Amore di Gaetano Donizetti sgombrando il campo, o meglio l'aia, dalla citazione che viene fatta, all'inizio dell'Atto I, della vicenda di Tristano e Isotta.
Poco ma sicuro che a Donizetti e a Romani (il librettista) non gliene poteva fregare di meno, visto il modo in cui la tirano in ballo. Adina la racconta così: c'è la solita dama “crudele” che non vuol corrispondere il sentimento del suo innamorato, l'innamorato le propina un filtro d'amore, lei si innamora di lui, lieto fine, sipario.
A parte il fatto che questo schema, ripetuto infinite volte nel leggendario occidentale, è alquanto fastidioso: una ragazza non solo deve sopportare il primo mammalucco che le dichiara il suo amore, la cerca, la segue (insomma stiamo parlando di uno stalker), ma se la ragazza, nel suo pieno diritto, lo manda a farsi benedire, è lei che viene accusata di essere “crudele”! Eh già, perché poi il poverino potrebbe anche suicidarsi (notare il ricatto morale), e lei diventare la preda di una truculenta caccia selvaggia, come nella novella di Nastagio degli Onesti di Boccaccio. Vengono a proposito le parole di Marcella nel capitolo XIV del Don Chisciotte: “Se io l’avessi incoraggiato, sarei stata falsa; se l’avessi accontentato, avrei agito contro la mia coscienza e contro i miei propositi. Lo disillusi e insistette, non lo odiavo e si disperò: vi pare che sia logico, dite, che mi si dia la colpa della sua pena?”
Fortunatamente, nessuna dame sans merci nell'opera di Donizetti: sin dall'inizio si capisce che Adina ha un debole per il babbeo Nemorino, deve solo trovare la scusa adatta per ricambiarlo.

L'evocazione di Tristano ha solo lo scopo narrativo di ispirare Nemorino, una specie di annuncio promozionale di Dulcamara, dato che, per quante varianti abbia conosciuto nel corso del tempo, la leggenda di Tristan e Iseult non ha nulla a che fare con quella letta da Adina.
Tanto per cominciare I due giovani prendono il filtro d'amore per errore. Sono vittime della passione, e cercano, invano, di vincerla. È una questione di doveri filiali e dinastici. Isotta, figlia del re d'Irlanda, viene data in isposa al re di Cornovaglia, insomma si tratta di evitare una guerra. L'impiccio accade quando Tristano, pupillo del re di Cornovaglia, va a prelevare la futura regina. Per quanto il re voglia bene a Tristano e alla sua giovane moglie, una volta scoperto l'andazzo non può far finta di niente. E se i due amanti scamperanno la pena di morte, si dovranno separare, e se un giorno si rivedranno sarà per morire insieme. Tutto questo va bene per Wagner, non per Donizetti.

Tuttavia L'Elisir d'Amore può permettersi di essere un melodramma giocoso proprio perché il filtro di Dulcamara è solo vino, privo di qualsiasi autentica proprietà afrodisiaca.
Perché le pozioni d'amore, se funzionano, causano sempre un monte di guai. Come dice sagacemente un anonimo commentatore (parafrasando qui e là il suo gergo):

“Non importa che tipo di pozione venga usato, la probabilità che la persona giusta assuma la pozione è in media inferiore allo 0,00001%. Perfino se la pozione viene versata in una bevanda che è nelle mani della persona a cui è destinata, ci sarà di sicuro qualche tipo di scambio. Ad esempio, se la pozione viene data alla principessa per farla innamorare dell'eroe, potete scommettere i vostri risparmi di una vita che lei metterà un piede in fallo e cadendo verserà la pozione direttamente in bocca a una che l'eroe non lo può proprio vedere. E se la pozione è del tipo 'ti innamori della prima cosa che vedi', è praticamente garantito che la prima faccia che l'eroe vedrà dopo aver bevuto il filtro sarà quella del suo cavallo.”
Come si vede, anche i filtri che funzionano possono scatenare effetti comici (come la Regina dei folletti Titania che si innamora dell'umano dalla testa d'asino in Sogno di Una Notte di Mezza Estate) ma in Donizetti, ripeto, il lieto fine è assicurato proprio dal fatto che Dulcamara sia un truffatore.

Il Ciarlatano in Piazza - Bartolomeo Pinelli, 1809

Se poi lo è. In fondo il vino non è una specie di filtro dalle magiche proprietà? Quelli che assaggiarono il primo nettare ideato da Noè lo volevano linciare, perché credevano che li avesse avvelenati. Nemorino, inebriato dal vino, esce dal suo ruolo di innamorato melanconico, e innesca la reazione di Adina che, alla fine, porterà alle giuste nozze. Ovviamente col contributo di un'imprevista eredità.
Non è meglio così? Una pozione realizzata con sostanze più o meno efficaci rischierebbe di disintegrarvi il fegato (è successo).

Giocare con le erbe è sconsigliabile. Pervinca, camomilla bastarda, assenzio, sambuco, pisciatello, zafferano, guado, corbezzolo, cimbalaria, ibisco, magari si possono prendere un po' sottogamba, mentre con cicuta, stramonio, elleboro bianco e nero, aconito, belladonna, digitale, giusquiamo, si rischia grosso. Sorvoliamo su amanita muscaria, erythroxylon coca, psilocybe zapotecorum, e potenze come mandragora e moly (quest'ultima è l'erba che Ulisse prende per non farsi trasformare in maiale da Circe).
Per approfondire il tema botanico, le consiglio di consultare un notevole testo edito nel 1570, intitolato (più o meno):
Acerca de la materia medicinal, y de los venenos mortiferos, Pedacio Dioscorides Anazarbeo, traduzido de lengua griega, en la vulgar castellana, & illustrado con claras y substantiales annotationes, y con las figuras de innumeras plantas exquisitas y raras, por el doctor Andres de Laguna

Ma c'è di peggio. La lascio con qualche annotazione in tema di Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXX 141-143):

“Una lucertola annegata nell'urina di uomo inibisce la passione di colui, che l'aveva fatta; infatti i maghi dicono che sia fra i filtri amorosi. Anche le chiocciole inibiscono, lo sterco di colombo bevuto con olio e vino. Le parti destre del polmone dell'avvoltoio stimolano la passione agli uomini legate con la pelle di gru, anche se sono sorbiti i tuorli di cinque uova di colombe mescolati col miele nella dose di un denario di grasso di maiale, i passeri nel cibo o le loro uova, il testicolo destro del gallo legato con la pelle del montone. Con la cenere delle ibis con grasso d'oca e di iris a quelli unti sono impediti così gli aborti, al contrario tramandano che viene inibita la passione con i testicoli di un gallo da combattimento spalmati con grasso d'oca e legati addosso con pelle di montone, anche di un qualsiasi gallo, se sono messi sotto il letto col sangue del gallo. I peli della coda della mula permettono che quelle che non vogliono concepiscano, se sono tolti intrecciati, legati fra loro nell'accoppiamento. Chi ha versato la sua sull'urina di un cane, è detto diventare più restio verso l'amore. Cosa strana, se è vero, anche stimolare l'amore con la cenere della tarantola, avvolta in un panno nella mano sinistra, se è trasferita nella destra, inibirlo, anche il sangue del pipistrello raccolto con un batuffolo e messo sotto il capo delle donne suscitare la passione o la lingua dell'oca presa nel cibo o in pozione.”

Con ossequio profondissimo,
suo servitore umilissimo

Domenico D'Amico

mercoledì 21 febbraio 2018

Felix Culpa

di Domenico D'Amico

Il cristianesimo ha dato all'antico concetto dell'Età dell'Oro la forma del Paradiso Terrestre, ma con una vera e propria inversione sociopolitica.
La cultura classica vedeva nella beata umanità che viveva ai tempi del regno di Saturno una collettività civilizzata. L'Età dell'Oro era quella che aveva trasformato gli esseri umani da bestie dei campi in comunità organizzate, rese edotte dagli dèi di tutte le tecniche (agricole, artigianali, speculative) che costituiscono ciò che chiamiamo “cultura”.

Felix Culpa

Questa visione sarebbe scomparsa con la modernità, dato che quest'ultima ha adottato a lungo (ora non più) una visione evolutivo-storicistica delle vicende umane (all'inizio ci sono i cavernicoli, questi inventano la ruota, usano il fuoco, e via via, con un percorso sempre in ascesa, si arriva all'uomo moderno, razionale, occidentale e dotato di armi di distruzione di massa), mentre in quella classica si verificava il contrario, era dopo l'Età dell'Oro che arrivavano le disgrazie della Storia (Età del Bronzo, Età del Ferro – la nostra).
L'Eden della tradizione cristiana sembra un ibrido di entrambe le visioni.
Come nella cultura classica, si passa dal meglio al peggio: da un'esistenza edenica (appunto) a una angosciosa realtà di fatica, dolore e morte. D'Altro canto, in chiave quasi moderna, questa Caduta può essere considerata anche come la fuoriuscita da uno stato di incoscienza animale. Stato, si badi bene, che non è quello amorfo e caotico che precede il regno di Saturno. Nell'Eden gli esseri umani non vivono “come animali” (lasciamo perdere le infinite speculazioni sul modo di essere e di vivere di Adamo ed Eva), il loro contesto è già organizzato e coerente, ma essi lo abitano inconsapevolmente, in un eterno presente: la Caduta li rende coscienti di sé e li consegna al trascorrere della Storia.
Il Medioevo (Dante compreso) ha voluto sovrapporre Età dell'Oro e giardino dell'Eden (con tanto di identificazione cristica del puer virgiliano), ma Esiodo (Opere e Giorni 109-120) (al contrario di Ovidio, Metamorfosi I 89 sgg.) descrive chiaramente una società di agricoltori (mortali), con qualche tratto da Paese di Cuccagna.

La Felix Culpa della teologia (di ispirazione agostiniana) enfatizza la presa di coscienza delle creature umane. L'Incarnazione, che redime gli eredi di Adamo dal Peccato Originale, non mira affatto a ripristinare la condizione edenica, ma a istituirne una (diciamo così) dialetticamente superiore: l'essere umano purificato dal peccato ma consapevole di esserlo. È per questo che il peccato di Adamo ed Eva viene definito “felice”. O come diceva Joyce: “Phoenix culprit”.

giovedì 15 febbraio 2018

Il Bureau dei Sogni

di Domenico D'Amico

drawing disegno wood foresta Domenico D'Amico
Nella Foresta

Chi crede più, ormai, nei sogni?
Noi moderni, passata l'infatuazione per la filosofia freudiana, vogliamo che come minimo ci si presenti uno scan cerebrale, e anche questo ci lascerebbe titubanti.
Invece, quale potenza immaginativa, quale vigore allucinatorio nei sogni che facevamo un tempo! Restando nell'ambito della cultura classica, cosa ci può essere di più affascinante della pratica dell'incubazione? Vi recate al tempio di Asclepio, vi accomodate nel recinto sacro e prendete sonno. Se siete fortunati, il dio vi manderà un sogno rivelatore sulla giusta terapia per il vostro male. Nella cultura cristiana sopravvivono tracce di questi rituali. Eppure, chi di noi darebbe credito ai sogni portatori di numeri per il lotto (a meno di essere il don Ferdinando di Non Ti Pago), anche se lo sguardo smaliziato nei confronti dell'oniromanzia non è nostra esclusiva, già ci ironizzava Aristofane nel suo Pluto.
Il fascino maggiore, però, lo troviamo nelle storie che riguardano i sogni, perché li indicano come collegamento tra il mondo divino e quello umano. Nell'Iliade, Achille riceve la visita dell'ombra di Patroclo, che si lamenta di non essere ancora stato sepolto, così come accade con la defunta Cinzia che appare al poeta Properzio; e a proposito di Iside, si manifesta proprio attraverso il sogno al Lucio dell'Asino d'Oro...

Johann Heinrich Füssli (Henry Fuseli) - Achille tenta di afferrare l'ombra di Patroclo (1803 - Zurigo, Kunsthaus)

Ma come funzionava tecnicamente questo collegamento umano-inumano?
Ce lo comunica, sorprendentemente, Ovidio, nel libro XI delle sue Metamorfosi. Alcione, figlia di Eolo, è angosciata per la sorte del marito, il re Ceìce. Non sa ancora che è morto in un naufragio, e subissa la dea Giunone di suppliche e preghiere per la salvezza del consorte. Giunone si scoccia e decide di informare la sfortunata Alcione che ormai ogni invocazione è vana, che Ceìce è già cibo per pesci. E come lo fa? Appare in sogno ad Alcione? Nient'affatto:

Dove stanno i Cimmeri c’è una spelonca dai profondi recessi,
una montagna cava, dimora occulta del pigro Sonno,
nella quale con i suoi raggi, all’alba, al culmine o al tramonto,
mai può penetrare il sole: dal suolo, in un chiarore incerto
di crepuscolo, salgono senza posa nebbie e foschie.
Qui non c’è uccello dal capo crestato che vegli e chiami
col suo canto l’aurora; e non rompono, col loro richiamo,
il silenzio cani all’erta od oche più sagaci dei cani.
Non si ode suono di fiere o di armenti, non di rami mossi
da un alito di vento, non si ode alterco di voci umane.
Vi domina silenzio e quiete. Solo da un anfratto della roccia
sgorga un rivolo del Lete, la cui acqua scivola via
mormorando tra un fruscio di sassolini e concilia il sonno.
Davanti all’ingresso dell’antro fiorisce un mare di papaveri
e un’infinità di erbe, dalla cui linfa l’umida Notte attinge
il sopore per spargerlo sulle terre immerse nel buio.
In tutta la casa non v’è una porta, perché i cardini girando
non stridano; nessuno sta di guardia sulla soglia.
Al centro della grotta si alza un letto d’ebano imbottito
di piume del medesimo colore e coperto di un drappo scuro,
dove con le membra languidamente abbandonate dorme il nume.
Tutto intorno giacciono alla rinfusa, negli aspetti più diversi,
le chimere dei Sogni, tante quante sono le spighe nei campi,
le fronde nei boschi, o quanti i granelli di sabbia spinti sul lido.
Quando la vergine vi entrò, scostando con le mani i Sogni
per poter passare, al fulgore della sua veste s’illuminò
la sacra dimora, e il nume, schiudendo a malapena gli occhi
appesantiti dalla sonnolenza, e ancora ancora ricadendo,
con il mento che ciondoloni gli sbatteva in alto contro il petto,
riuscì finalmente a scuotersi e, sollevandosi sul gomito,
le chiese, avendola riconosciuta, perché mai fosse venuta.
E lei: «Sonno, quiete d’ogni cosa, Sonno, dolcissimo fra i numi,
pace dell’animo, che disperdi gli affanni e rianimi
i corpi oppressi dal lavoro e li ritempri per nuove fatiche,
ordina a un Sogno, che sappia imitare forme vere,
di recarsi a Trachine, la città di Èrcole, e presentarsi
ad Alcione con le sembianze di Ceìce, come appare un naufrago.
Lo comanda Giunone». E appena ebbe assolto la missione,
Ìride se ne andò, perché più non resisteva al potere
soporifero del luogo: come sentì la sonnolenza invaderle
le membra, fuggì via risalendo l’arco dal quale era venuta.
Allora il Sonno dalla marea dei suoi mille figli
destò Morfeo, un talento nell’assumere qualsiasi sembianza.
Nessun altro più abilmente di lui è in grado d’imitare
l’incedere che gli si chiede, l’espressione e il timbro della voce;
in più vi aggiunge il modo di vestire e le parole che distinguono
quell’individuo. Ma imita soltanto le persone, mentre invece
c’è un altro figlio che diventa fiera, uccello o lunghissima serpe:
gli dei lo chiamano Ìcelo, Fobètore i comuni mortali.
Ve n’è poi un terzo, Fàntaso, che si distingue per valentia
diversa: si trasforma con l’inganno in terra, roccia,
acqua o tronco, insomma in qualsiasi cosa inanimata.
Alcuni appaiono di notte a re e condottieri,
altri si aggirano tra la gente del popolo.
Il venerando Sonno tralasciò tutti questi e fra tanti figli
scelse appunto il solo Morfeo per eseguire gli ordini recati
dalla figlia di Taumante. Poi, risciogliendosi in molle languore,
reclinò il capo, sprofondando nelle coltri del suo letto.

Questa viene descritta come una procedura collaudata: Giunone manda Iride a dire al Sonno di inviare un suo contractor (in questo caso Morfeo) a far finta di essere lo spettro di Ceìce, apparire in sogno alla moglie e informarla della propria dipartita.
Tutto questo sembra macchinoso, se non addirittura illogico: non farebbe prima, la dea Giunone, a fare tutto da sola? E lasciamo perdere che, in quest'ambito leggendario, gli dèi avevano l'abitudine di presentarsi ai mortali anche faccia a faccia, seppure per lo più sotto mentite spoglie.
Dunque perché tutta questa trafila burocratica, perché sembra che ci sia, per queste evenienze, l'obbligo di rivolgersi “all'ufficio competente”?
La risposta forse sta proprio nel numero incalcolabile di sogni che circonda il giaciglio del Sonno, le “chimere dei Sogni”, cioè “somnia uana”, come dire casuali, in-significanti.
Ecco, dunque, la chiave.
Soltanto una piccolissima porzione dell'attività onirica ha una funzione comunicativa (tra mondo e oltremondo), e per i mortali distinguere tra questa e il resto sarebbe molto arduo. Occorrono perciò dei professionisti della realtà virtuale (uno che crea le figure antropomorfe, un altro gli animali e un ultimo gli oggetti inanimati – incluse, si presume, le piante) che mettano in scena il sogno in modo che la sua attendibilità sia riconosciuta dal destinatario senza incertezze. In breve solo con la finzione si garantisce l'autenticità del messaggio.

Bobelin in Spiaggia (1993)