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domenica 8 maggio 2022

Una sfida tra amici

 



Al di sotto della vetrata della trattoria Europa, il terreno declinava dolcemente, disseminato dalle postazioni approntate per le grigliate dei villeggianti, fino all'indaco profondo del lago.

Essendo la bella stagione prossima alla fine, solo due tavoli erano occupati. Uno ospitava una famiglia caratterizzata da un paio di marmocchi rumorosi. All'altro erano seduti il Padreterno, Gesù e Simone (detto Pietro), in forma di dignitosi gentiluomini, che per parte loro conversavano in tono quieto e rilassato.

Da un angolo li osservava Cianfa, una ragazza cicciottella, dai capelli corti e ricci e dagli occhi neri e grandi: data la sua abitudine di arricchire il discorso con un diluvio di moccoli, insulti e bestemmie (cosa poco consona al servizio in sala), l'avevano relegata nel retrocucina.

Ma quel pomeriggio Cianfa era evasa dal suo esilio, e stava miracolosamente zitta gettando su quei tre avventori uno sguardo obliquo, come se si aspettasse di essere chiamata da un momento all'altro.

I bambini del primo tavolo emisero una serie di rutti, ridacchiando, e i tre gentiluomini risero a loro volta, accennando scherzosamente a una sorta di sfida, o scommessa.

Pietro non fece in tempo ad alzare una mano che già Cianfa gli stava davanti. Eseguendo con solerzia l'ordinazione, in pochi secondi si ripresentò con un carrello carico di un fusto di birra da venticinque litri. Pietro si mise in piedi, sollevò con una mano il contenitore d'acciaio, e con l'altra divelse l'attacco filettato. Con un risucchiante rumore di mareggiata la birra si proiettò nella larga bocca, e il fusto si svuotò in tre secondi (o anche meno). Seguì un silenzio totale, interrotto dal tintinnio del fusto, che Pietro aveva appoggiato con delicatezza sul tavolo.

Il rutto che emise fece vibrare l'aria, i vetri e i muri, si udirono pentole sferragliare e piatti andare in pezzi. Un poster incorniciato rappresentante un paesaggio con pecore cadde in terra, seminando vetro affilato.

Uno dei bambini doveva aver detto qualcosa, ma Cianfa non lo capì, perché le fischiavano le orecchie.

Il Padreterno e Gesù sorrisero a Pietro, annuendo. Poi fu Gesù ad alzarsi in piedi. Si rivolse verso la vetrata, verso il lago, e aprì leggermente la bocca, dicendo qualcosa.

Nemmeno quelle parole riuscì a comprendere Cianfa.

Il cielo si fece purpureo, e le acque del lago esplosero in getti paglierini. Un banco di schiuma color crema si sollevò dalla superficie delle acque, come schiuma in un boccale. Dalla tempesta emersero correndo alcune ragazze che avevano violato l'editto di non balneazione, gli occhi rossi, completamente ubriache.

163 milioni di metri cubi di Passerina frizzante formarono un vortice conico oscillante, un turbine capovolto il cui apice si diresse verso la trattoria. Il pinnacolo schiumante attraversò la vetrata del locale, che piombò giù in polvere, e si avventò verso Gesù, penetrando tra le labbra socchiuse.

Anche questa sorsata durò poco più di tre secondi.

Cianfa, più che vedere o udire, intuì le colline che si sgretolavano, gli schianti degli alberi frantumati, l'intero edificio ridursi in briciole, percepì le ossa che le si disgregavano dentro.

Di nuovo ci fu una pausa priva di estensione, e Gesù emise un rombo, un fracasso d'un tuono che capovolse e annientò l'alveo svuotato del lago.

Fulmini bluastri accecarono Cianfa. Pensò di essere morta, ma allo stesso tempo le sembrò di essere sospesa, ancora in vita, su un cielo stellato, immenso, non sopra ma sotto di lei.

Era il Padreterno che con un cenno richiamava l'attenzione dei compagni.

Il mare dell'essere si spalancò, e la bocca di Dio si protese per venti miliardi di chilometri, inalando idrogeno e materia oscura, polvere e roccia, in una ribollente caduta che disfece i giganti gassosi (Giove e Saturno), generando una detonazione che strappò la cosa estesa, azzerando localmente il divenire, che nel suo medesimo zero irraggiò mondi-bolla infiniti e limitati a un tempo.

Cianfa pensò che l'universo stesse digrignando i denti.

In un poi che era insieme un prima, tutto, a un gesto del Padreterno, tornò di butto alla sua condizione iniziale.

Le colline, il lago, le ossa di Cianfa, tutto si ricompose.

Anche il poster con le pecore.

Così si concluse la gara di rutti tra il Padreterno, Gesù e Simone (detto Pietro). Ma non fu dichiarato un vincitore, dato che si erano dimenticati di stabilire i parametri della competizione.


mercoledì 4 marzo 2020

Vendetta Peligna



Vendetta Peligna
tragedia in quadri uno
di
Domenico D'Amico


Ai margini di una foresta molisana infestata da orde di corvi, D. ed F. stanno in piedi, faccia a faccia, mentre sopra di loro plumbee nubi barocche sprizzano faville verdastre.

F. Maledetto! Mi hai consigliato di comprare il Pane di Cristallo, e tutta la mia famiglia è morta davanti a miei occhi! E tra terribili sofferenze!
D. (esitante) Mi dispiace...
F. Ti dispiace!? Non è sufficiente! Devi soffrire come soffro io! Anche tu devi vedere i tuoi cari contorcersi e spirare ai tuoi piedi!
D. Be', lo sai, sono solo al mondo, e i miei genitori adottivi non ci sono più da un pezzo...

I corvi stridono

F. Significa che me la prenderò con chiunque ti sia vicino...
D. Ma se tu sei l'unico amico che abbia mai avuto!
F. Vuol dire che non mi lasci altra scelta.

F. estrae dalla tasca un flacone contenente un potentissimo acido molecolare mescolato a nanomacchine dalla forma di faina affamata, se lo svuota in gola e stramazza al suolo, lanciando urla terribili, e infine muore.

D. (meditabondo) Ripensandoci, non è che fossimo proprio amici. Diciamo conoscenti.


FINE

sabato 23 giugno 2018

Chi è Henry Adrian?

di Domenico D'Amico


Ho trovato un vecchio, ingiallito A4 dattiloscritto, senza data (ma probabilmente risale ai primi anni 80), senza annotazioni. Il testo:

Da "Particulars" di Henry Adrian (traduzione di Domenico D'Amico)

I.
Un foglio sul tavolo con un orlo d'ombra intorno. Sembra che le venature (false) del tavolo abbiano conquistato rilievo: ora l'ombra del foglio si frange sfumando su di loro. C'è un po' di vento. Un angolo del foglio bianco si solleva di poco. La distanza che separa il foglio dal tavolo diminuisce, se andiamo dall'angolo in giù, e si annulla. Da vicino il foglio bianco è un muro (sottile ma molto ampio) intonacato con mille fessure e pagliuzze. Oppure il foglio fa parte del tavolo, è una pittura bianca così sottile che in realtà sembra più in basso del tavolo stesso. Ma il foglio sotto le dita calde e umide si ondula, diventa una pista di skate-board. Valli e collinette di cemento bianco. Qualche pelo e qualche briciola dominano i loro vasti territori. Ma un pizzico di zucchero basta per fare un'invasione, e presto briciole e peli sono travolti.

II.La carne in scatola è pressata. C'è un sottile strato di gelatina intorno al blocco compatto. A volte anche dentro si può trovare una bolla irregolare della stessa materia. La consistenza della carne è irregolare, ma piuttosto fibrosa; tra la carne in poltiglia galleggiano piccoli fasci di cordame muscoloso, piuttosto insapore, ma consistente in bocca. Per il resto, è terribilmente salata. Bisognerebbe mettersi in bocca prima un pugnetto di insalata senza condimento e poi il pezzo di carne. Con tutto ciò, non puoi sopportare fino in fondo un'intera scatoletta.

Ora, io non ho la più pallida idea di chi sia questo Henry Adrian (una ricerca in Rete non ho sortito risultati). È possibile che me lo sia inventato, e lo testimonierebbe l'uso ingenuo di un false friend come particulars al posto dell'ovvio details. Ma chi lo sa, ecco che l'impalpabile fantasma di un'idea perduta nel tempo, una forma mentale che è stata nostra, il frutto di un percorso che era un tutt'uno con noi, con quello che eravamo, riemerge inatteso, non invitato, e il suo volto ci è ignoto, abbiamo viaggiato, mangiato e dormito con lui, eppure oggi è solo un estraneo alla nostra porta.

mercoledì 13 giugno 2018

In Exitu




Quando, alla fine, il dottor Cilli poté posare lo sguardo su Domenico, fece fatica a riconoscerlo.

Del resto, anche la fattoria di Ipazia era cambiata. Dieci anni, rifletté il Dottore... Dopo l'Isola dei Ratti, dopo la latitanza, dopo l'amnistia, ecco, dieci anni sono stati un attimo.
E aveva sprecato altro tempo a cercare il compagno, per poi scoprire che si era stabilito nel luogo più ovvio, quello che aveva tante volte designato come sua sperata meta finale.
Da Ipazia c'erano più serre e meno armi. Dopo i Moti di Ferragosto, che comunque avevano appena lambito la regione, quello era un periodo di assestamento. Addirittura, linee elettriche e telefoniche funzionavano quasi tutti i giorni. E la stessa Matriarca, anche se prossima al centenario, sembrava la stessa di vent'anni prima.
«Pensavo che fossi morto» gli aveva detto sorridendo.
Nel nuovo prefabbricato adibito a mensa, la luce del sole versava il suo tenue bagliore attraverso le finestrelle quadrate. Il Dottore teneva le mani attorno alla ciotola colma di zuppa. Era grato per il calore, ma non aveva il minimo appetito.
«È un pettegolezzo che ho messo in giro io» disse, anche lui sorridendo.
«Be', comunque hai un aspetto orrendo» ribatté Ipazia.
«Grazie. Invece tu devi aver fatto un patto col diavolo...»
«Ne ho fatti cento, se è per questo» Ipazia fece una pausa «Ti direi di riposare un po', di farti una doccia, ma scommetto che vorrai andare subito da lui».
Il Dottore raddrizzò la schiena, sospirando. Dominò i brividi che gli percorrevano la pelle e le fitte a braccia e gambe, e si levò in piedi.
«Sì, se non ti dispiace» disse.

La veranda guardava a est, al mare, e il sole, a un quarto del suo tragitto, intiepidiva l'aria dell'inverno, nonostante il velo di caligine. Tettoia e impiantito erano essenziali, fatti di legname riciclato, ma le superfici erano decorate con un armonioso florilegio di stencil che evocavano una bizzarra ma piacevole atmosfera russa. Domenico era lì, in fondo, adagiato su una sedia a sdraio resa invisibile dal viluppo di coperte che ricoprivano il corpo del malato.
Quando il dottor Cilli riuscì a posare lo sguardo su Domenico, fece fatica riconoscerlo.
In altezza, era rimasto il titano frutto dei retrovirus del dottor Lorca, tanto che i piedi sporgevano in fuori fin quasi agli stinchi. Ma il gonfiore delle coperte non era in grado di mascherare lo sfacelo sottostante. Le membra possenti, scimmiesche, erano svanite, lasciandosi dietro un insieme sminuito di ossa e tendini.
Ma era stato il volto a creare il maggiore sconcerto nel Dottore. Nella sua vita aveva visto un gran numero di malati terminali, e conosceva molto bene l'indecenza con cui la morte in arrivo può sfigurare gli esseri umani. Ma quella faccia non era la faccia del suo compagno. La pelle, grigiastra e raggrinzita, si stirava sulle ossa del cranio formando lunghe pieghe che sembravano lì lì per lacerarsi, e sugli zigomi e sul naso, ridotto a una floscia appendice necrotica, aveva assunto una colorazione violacea prossima al nero. Pieghe di pelle, come colature di cera, coprivano parzialmente gli occhi infossati.
Essi rimasero chiusi, malgrado il passo del Dottore avesse prodotto, nell'avvicinarsi alla sdraio, parecchi scricchiolii.
Forse è già morto, pensò il Dottore. Ma non riusciva a decidere se, nel caso, sarebbe stato meglio così. Quando gli occhi si aprirono e guardarono verso di lui, però, capì che no, non sarebbe stato meglio.
L'espressione del dottor Cilli, modulata su un lieve sorriso, non fece trapelare nemmeno il più piccolo segno di scoramento.
«Ti vedo veramente di merda» disse.
«Anche tu hai un aspetto del cazzo» replicò Domenico. Le parole erano un po' biascicate, ma erano rapide e precise. Dentro la carcassa lo spirito era ancora vivace.
Accanto alla sdraio c'era una sedia da giardino vecchia di almeno trent'anni, con la plastica biancastra che denudava in molti punti il ferro arrugginito. Il Dottore vi si sedette, e prese la mano destra di Domenico tra le sue. Sembrava di afferrare un grosso, vuoto guanto di pelle.
La mente dell'ex titano non era completamente lucida (Ipazia non negava gli antidolorifici ai moribondi come faceva Madre Teresa di Calcutta), perché disse: «Grazie per avermi salvato, di nuovo».
Ma il Dottore conosceva bene il senso di quell'affermazione, che l'amico aveva fatto molte volte. Secondo Domenico, lo psichiatra lo aveva tirato fuori dall'abisso una prima volta quando, alla fine degli anni 80, le orribili esperienze militari lo avevano trascinato verso la psicosi. Su questo, il dottor Cilli era d'accordo, per quanto attribuisse il ritorno di Domenico a un equilibrio mentale passabilmente stabile un fatto, almeno per metà, di pura fortuna. Quanto all'altro salvataggio... Gli veniva da ridere a sentire l'amico descrivere il ventennio di vero calvario in cui l'aveva trascinato, con tutta la violenza, i lutti e l'odio che entrambi avevano dovuto condividere, descrivere quella lunga guerra come una seconda salvezza...
«E scusa per il cattivo odore...»
Stavolta il Dottore rise davvero, ma poi capì.
Domenico non aveva mai mostrato il minimo disagio per il puzzo delle camerate, per il fetore che avvolge i soldati in lunga attesa, per il soffocante sentore di un tunnel affollato (come quelli dell'Isola dei Ratti, dimora di entrambi per anni interi): poteva nascondersi in un montarozzo di rifiuti o imbrattarsi di letame per sviare una muta di segugi, e non fare una piega.
Ma l'odore della malattia lo mandava quasi nel panico. Quando, per qualche seduta, avevano dovuto utilizzare un locale disponibile in una casa di riposo privata, Domenico era stato sulle spine tutto il tempo. L'aria del luogo, che mescolava il disinfettante al residuo fecale, gli procurava una profonda angoscia, aveva confessato poi. Niente di strano, aveva osservato lo psichiatra: è la paura della morte, non quella violenta e istantanea di una pallottola, ma quella si avvicina e avanza, come acqua che sale. E si era portato Domenico sulle scale di emergenza, a fumare una sigaretta.
Quello che l'orco abruzzese non aveva avuto mai la forza di sopportare, invece, era l'odore di certi pazienti del Dottore, le volte che gli era capitato di incontrarli. Da un certo punto di vista, lo psichiatra lo capiva benissimo. Anche per lui era faticoso trattare coi soggetti gravemente psicotici, capaci di non lavarsi per mesi, anzi, per anni. A volte aveva la netta impressione che quel puzzo, simile a un miasma oleoso, gli aderisse sulla pelle e gli entrasse dentro. Anche per lui c'erano stati momenti di umore atrabiliare, durante i quali non c'era acqua bollente e sapone disinfettante sufficienti a eliminare le tracce di quel fetore.
Perché, come aveva detto una volta Domenico, non era odore di sudiciume, odore di sterco, odore di carogna: era l'odore della follia.
Ma al momento, era chiaro, l'amico si riferiva al leggero effluvio del pannolone, in realtà trascurabile. Anche perché, allineati sotto il bordo dell'impiantito di legno, dove la veranda lasciava spazio al terreno dolcemente declinante, mantenuto compatto da un'erbetta ben tenuta, erano allineati alcuni vasi scompagnati, rigogliosi di menta piperita, lavanda, timo e aglio del Galles. In quell'aria fresca, il leggero odore di feci emanato da Domenico non era più un'offesa, un triste segno di condanna per ogni creatura vivente, ma quasi un aroma tra gli altri, come lo stallatico in campagna, non uno scandalo, ma una innocua, indifferente normalità.
E meno male che ti sto sottovento, che dopo una settimana di viaggio sai che rose e fiori!

Alla base del declivio, una cinquantina di metri più in basso, galline razzolavano e bambini si rincorrevano. Il Dottore sorrise tra sé, ripensando al tempo in cui quel posto sembrava un collegio femminile sui generis: il collegio era cresciuto, aveva prosperato, germogliato, fruttato, era diventato una comunità.
«Li senti?»
Domenico sembrava aver riacquistato un po' di forza.
«Loro, dici?» Chiese il Dottore, alludendo a infanzia e pollame.
Domenico si risistemò sul suo giaciglio: una grossa gruccia con appeso un enorme cappotto floscio.
«Sì» disse «È un desiderio che si avvera. Morire ascoltando i bambini che giocano...»
In effetti questo era un argomento di cui i due amici, nel corso degli anni, avevano parlato periodicamente. Il Dottore chiuse gli occhi. La convessità del terreno disperdeva e mescolava i suoni, e si sarebbe detto che davanti a loro, a una distanza indeterminata, strepitasse una schiera di piccoli uccelli.
«Ricordi quanto ci faceva incazzare il pensiero della morte?» Riprese l'orco.
«Me ne ricordo, eccome. Perché, ti sei convertito? Hai visto la luce? Hai visto Padre Pio?»
«No, p***o Dio» ridacchiò Domenico «Anzi. Resta tutto come prima, l'angoscia, il terrore del nulla che mi aspetta, l'impossibilità di concepirlo...»
«E allora?»
«E allora... Sono così stanco. Potrei provare quelle emozioni, la paura, l'orrore... Ma non ce la faccio più. So che me ne sto andando, ma non ho più la forza di spaventarmi. Sono talmente esausto che nient'altro conta».
«Buon per te» disse il Dottore, stringendo di più la mano dell'amico.
«E ti ringrazio, perché così posso addormentarmi in pace, con un amico al fianco, in una casa che mi ha dato rifugio, e i bambini, e la luce, e questo buon profumo...»
Il Dottore restò in silenzio, ad ascoltare il sottile raspìo emesso da Domenico. Il fiato entrava e usciva, entrava e usciva, entrava e usciva, sempre più lieve. Poi, alla fine, a malapena udibile, venne emesso l'ultimo filo d'aria.

Il Dottore, immobile, si accorse di versare lacrime, senza volerlo, senza deciderlo. Come una pietra.
Si disse che aveva fatto benissimo a non dire a Domenico che anche lui aveva i giorni, anzi, le ore contate. La disfunzione multiorgano derivata dagli attacchi chimici scatenati dalla Coalizione contro l'Isola dei Ratti, incombente negli ultimi anni, si era finalmente manifestata.
Anche lui era venuto da Ipazia per avere una casa in cui finire il suo tempo. Aveva perso tutte le persone che amava, e lo stesso desiderio di giustizia, per lui indistinguibile dalla vita stessa, lo aveva abbandonato. No, era meglio dire che era volato via, pertinenza di altri, altre persone e altri luoghi. In quell'istante, lì, accanto al suo amico morto, quello era tutto il suo universo.
Ripensò di nuovo alle chiacchierate sulla paura della morte. Il suo personale rimpianto era sempre stato quello di non esserci per vedere come sarebbero andate le cose, non sapere cosa sarebbe successo di lì a cinquant'anni, di lì a un secolo, un millennio.
Ma chissà, pensò porgendo orecchio alla lieta gazzarra di bambini e galline, forse questo è tutto il futuro che c'è, quello che conta, quello che vale la pena di conoscere...
E, ignorando il dolore che gli trafiggeva le membra, si abbandonò sulla sedia, appoggiando la nuca contro il legno tiepido, e chiuse gli occhi.
Le mani dei due amici erano ancora unite.



Villa Carmine, dicembre 2017

martedì 27 marzo 2018

Mesopotamia, Mon Amour

di Domenico D'Amico

Il Ritorno di Ullikummi, 1992




«Quello è un topo» disse Monica, con calma.
«Così grosso?» disse Leo.
In nessun luogo del sistema solare, su nessuno dei satelliti o dei pianeti, esisteva una creatura così enorme e orrenda.
«Che cosa ci farà?» chiese, domandandosi per quale motivo la bambina non avesse paura.
«Oh» disse Monica «Suppongo che ci ucciderà.»

Philip K. Dick, Le tre stimmate di Palmer Eldritch 


Quale splendore è Sarai! Fini chiome inanellate,
occhi lucenti, naso perfetto, radiosa la luce del suo volto!
Quanto colmi i suoi seni, come divine le sue braccia,
come delicate le sue mani, come belli i suoi piedi nei sandali, quanto ammirevoli e tornite le sue cosce!
Di tutte le vergini e spose che avanzano sotto il baldacchino nessuna può competere con Sarai:
la donna più vaga sotto il dolce cielo.
Sublime nella sua bellezza
ma più di ogni altra è saggia e prudente,
con grazia muove le mani.

C'è un luogo, alla radice della città, detto Apshu. Interminabili scalinate sprofondano in un pozzo immenso. Pilastri di fluido bluastro, come gelatina tremolante, emergono dal profondo. Il melammu, nella sua forma primaria, guizza e crepita. Le bestie imprigionate nelle fenditure uggiolano e singhiozzano. Nessun lullu è mai sceso laggiù, e mai lo farà. Ma se ci scendesse, forse gli ricorderebbe le acque in cui si è cullato, al sicuro, prima di essere gettato in un'esistenza a termine. Meglio, la paura lo ucciderebbe. L'Apshu è ventre, e fuori del ventre. Io non sono un lullu, non mi ha generato una donna. Andare laggiù mi dà solo fastidio. Scendere tutti quei gradini, tra le rozze sculture e i lamenti delle bestie. Niente di peggio da scegliere, come posto di comando. A me, l'Apshu ricorda una fogna.

Giunsi alla fine delle scale. Lì, le rampe si avvicinavano al centro del pozzo, congiungendosi alla base della piattaforma di cristallo dalla quale Enki governava il suo matu. Era come una giostra. Le colonne a tortiglione reggevano una volta a padiglione esagonale, diafano intarsio di marmi colorati, e all'interno un guazzabuglio di paraventi laccati, stendardi di seta sbiadita, terminali di controllo d'oro massiccio, e suppellettili malaccozzate, di legno, di marmo e di plastica. La giostra era sostenuta dall'incrocio delle colonne di gelatina blu, un canestro che manteneva il trono di Enki sospeso sopra il vortice abissale del ventre lacustre della terra.
Una figura larga e pallida giaceva semisdraiata su una colossale ottomana. Riconobbi Enki dalle emanazioni del suo melammu. Aveva assunto l'aspetto di un gigante obeso. Deciso a rendere la mia visita la più breve possibile, mi avvicinai a lunghi passi. Feci la genuflessione protocollare e rimasi in attesa. Lo sguardo di Enki era vacuo. Una ragazzina, nuda e piena di gioielli, gli stava succhiando il membro numinoso. Dissimulai la mia impazienza. Gli incensieri, sospesi ad altezza d'uomo dalle lunghe catene che li univano alla volta, ammorbavano l'aria.

Pazuzu Velato, 1993

«Dovresti essere più sollecito, quando il tuo dio ti chiama».
Gli occhi grigi che mi irridevano non erano quelli di un lullu.
«Shauska, mia signora... Il vostro melammu era così sommesso che vi avevo scambiata per una figlia della terra».
La ragazzina si alzò in piedi. Enki non batté ciglio. Rimase lì, la faccia assorta e il pene rigido.
«Questo non può non dispiacerci. Noi contiamo sulla tua acutezza» disse scuotendosi tutta. Produsse un rumore di sonagli.
«Sarebbe una virtù, ai vostri occhi» dissi «se nemmeno la vostra regalità ne fosse al riparo?»
«Sarebbe un vizio se avessimo motivo di dubitare della tua fedeltà...» Colse il mio sguardo verso Enki.
«Il tuo signore non può subire distrazioni» disse.
«Tranne la più deliziosa di esse».
«Insubordinato come sempre, Helel».
«Il vostro rimprovero è la mia delizia, Shauska, mia signora».
«Dovremmo dire al tuo signore di farti disperdere nel vento».
«Il vostro castigo è il mio godimento».
«Ma un consigliere come te è infinitamente prezioso. Visto che trai piacere dai rimproveri, sarà nostra cura lodarti incessantemente».
«Cosa vale un mio capriccio, di fronte ai vostri desideri?»
Con un dito Shauska fece oscillare i campanellini che le pendevano dai capezzoli.
«Si tratta di una questione delicata» disse «il regno è in pericolo».
«Mi permetto di osservare» dissi in tono cordiale «che in questo caso una riunione dell'intero puchrum sarebbe la cosa più indicata».
«In questo momento gli altri anunnaki sono assenti».
«Tutti? Anu, Enlil, Damkina?»
«Tutti».
«Anche Teshub?»
«È già all'opera per rimediare alle nostre difficoltà».
«In questo caso...»
«Ma esse richiedono un'azione decisa e discreta anche qui, nel matu».
Accennai a Enki:
«Cos'ha?»
Shauska si distese su un'agrippina di marmo nero, e protese verso di me un piede nudo e ingioiellato.
«Il tuo signore Enki» proferì soavemente «è giunto alla pienezza del ricordo: ogni nuovo pensiero ne scaccia uno vecchio. Ne consegue la necessità di essere selettivi nel dargli notizie del matu. Ce ne occupiamo noi...»
«La mia signora Shauska, ora, governa».
«Come sei acido, Helel...»
Mi accarezzò la guancia con la punta dell'alluce.
«Il mio compito è servire...» dissi baciandole il piede «Di che natura è questa... emergenza?»
La carne di Shauska cominciò a incresparsi, a pulsare, le ossa a rimescolarsi. I gioielli si dissolsero nelle onde iridescenti della sua pelle. Ora somigliava a una delle statue che l'onoravano nei templi della città. Un corpo d'oro lucente, una corazza d'argento intorno al busto, l'elmo d'acciaio. Al fianco, la spada a due tagli che beve le anime. Si avvicinò a uno dei terminali di controllo. Il suo tono da melodioso si fece secco e raschiante:
«Guarda.»
Lo schermo mostrava un sesso femminile.
«È un sesso femminile» dissi incolore.
«Nient'altro?»
«È un'ancella di Ninatta. Una musicante».
Difatti, un anello con due smeraldi ornava le piccole labbra.
«Ebbene?» articolò Shauska.
«È un sesso un po' angusto, direi...»
«E come mai?»
«Il mondo è bello perché è vario...»
Uno schiaffo d'oro massiccio mi colpì le labbra:
«Osserva la forchetta vulvare, idiota!»
Mi chinai verso lo schermo, per testimoniare la massima attenzione. La commessura posteriore delle piccole labbra presentava una leggerissima aderenza, un accenno di saldatura.
«Sembrerebbe quasi...» cominciai, nella parte dello studente volenteroso.
«Sì?»
«Sembrerebbe quasi che questa vagina stia cominciando a chiudersi, a partire dal basso».
«Esatto. E ora guarda».
La vagina si ingrandì fino a occupare tutto lo schermo, poi le si sovrappose uno schema ben noto: la valle del regno, il matu di Enki.
Recitai:
«Sì, il matu del signore Enki è la fertile vallata della Grande Madre...»
Stavolta fu un piede metallico a colpirmi.
«Risparmiami queste cazzate! Cosa c'è qui?»
Indicò sulla carta del regno la zona corrispondente alla piccola aderenza dell'ancella.
E io dissi:
«Ullikummi».

venerdì 9 marzo 2018

Alice in the Under Ground (Ogni Riferimento È...)

di Domenico D'Amico

Alice, Underground, Monster, Nude Drawing
Alice nelle Catacombe, 2018

Alice, Underground, Monster

Una bambina con un costume verde sta giocando in spiaggia. Ha quasi finito di costruire un grande castello di sabbia. Desiderosa di dotarlo di un fossato degno di tanta maestosità, comincia a scavare. Usa una paletta di plastica verde. Lo scavo, iniziato come semplice solco, diventa sempre più profondo, tanto profondo anzi da nascondere la bambina alla vista. Lei continua a scavare, finché il fossato non è più un fossato, ma una larga galleria sotterranea, dalla sezione circolare, marezzata di infiorescenze verdi che diffondono una luce da fuoco fatuo.

La bambina si avvia lungo il tunnel, impugnando la sua paletta
di plastica, che con quella luce assume riflessi di metallo. Il tunnel
ha varie diramazioni, e a ogni svolta lei lascia un segno sulla parete
per non perdersi. Improvvisamente sente un respiro affannoso. La paletta in effetti adesso è davvero una piccola vanga d'acciaio. Finalmente la bambina riesce a trovare la fonte del suono: in una specie di nicchia trova un vecchio bavoso (nel senso di barbone lurido e sbrindellato che perde saliva da un angolo della bocca), che vedendola lancia un grido di sorpresa. Lei gli punta contro la paletta, che a questo punto è diventata una piccola spada affilatissima, appuntita, dentata. Il vecchio scoppia in singulti:
«No, ti prego! Non mi ammazzare!»
La bambina, brandendo la spada, storce il naso:
«Che puzza!»
È vero, mademoiselle, la vita e le sue tristi congiunture mi hanno condotto fino a queste bassezze... Comunque, se vorrete avere la graziosità di mettere un poco in cesso la vostra arma troncateste, sarò lietissimo di esservi utile!»
La bambina lo squadra con evidente scetticismo:
«Cioè?»
«Cioè... Deduco dal vostro abbigliamento che non fate parte di una spedizione scientifica, e malgrado siate discretamente armata dubito facciate parte dell'esercito... Sapete, corpi speciali, squadre per il rischio biologico, unità antiterrorismo, recupero ostaggi...» A voce più bassa: «Svuotamento fosse settiche...» In tono normale: «lo posso farvi da guida.»
«Ho lasciato dei segni per non perdermi.»
«Oh be', se fossi in voi non conterei sul fatto che ci siano ancora, qui
sotto è talmente umido, umido e viscido come l'alveolo di un enfisematico... E poi... Ci sono tante e tante meraviglie che potrei mostrarvi... Meravigliose grotte di cristallo verde! Vedo dalla vostra espressione che le grotte di cristallo non vi sconfinferano...»
«Me ne devo andare.»
«Ma no! Fermatevi! Siete... Siete in pericolo!»
«Che pericolo?»
«Potreste incontrarli.»
«Chi?»
«Loro.»
«Loro chi?»
Il vecchio sussurra con aria complice, perdendo saliva:
«I Grandi Vermi!»
Lo sguardo della bambina si fa un po' inquieto:
«I grandi...»
«Vermi! Sì! Queste gallerie sono l'impronta dei loro fianchi vigorosi...
Di solito stanno più in basso... Giù, giù, da quella parte, dove c'è l'Abisso...»
«L'abisso?»
«L'Abisso, si! Un pozzo, una voragine senza fondo dove non c'è nemmeno la bioluminescenza di questi funghi... Una volta ci ho gettato una pietra. Ho aspettato... Nessun rumore, niente di niente!»
«Non ci credo!»
«È la verità! Che io possa schiattare, che mi escano in questo medesimo istante le budella dall'ombelico e che se le mangino i ragni se non è vero! È lì che vivono... Ma ogni tanto salgono su, per infilare i tentacoli nelle tubature.»
«I tentacoli?»
«Oh, da lontano non sembrano tentacoli, sembrano... Lunghissimi peli, bellissimi peli biondi... Guizzanti, serpeggianti... Onde di carne. Ma da
vicino si vede che sono tentacoli, spessi come il vostro braccio, mademoiselle. E lunghi, lunghissimi, e se vogliono possono allungarli all'infinito... Quasi. In punta hanno una bocca. Piena di denti. Possono risalire su per le tubature delle case. Di qualsiasi casa. Siete tranquillamente seduta sul water e vi fate i fatti vostri, e di colpo ZAC!»
«Tu sei un alcolista.»
«Certo, ma appena appena... Sapete, credo che riescano in qualche modo a connettere i loro tentacoli con le linee elettriche, con quelle telefoniche, con le cablature ottiche... Dovunque ci sia un tostapane, un water, un pozzo, una faglia, i Grandi Vermi possono sentirti, possono sorvegliarti, possono venire da te!» Si sente un rumore echeggiante, sinistro: «Dobbiamo andarcene, stanno arrivando!»
Esagitato, si avvia. La bambina esita, poi lo segue. Arrivano in una specie di tana, ingombra di immondizia, da cui il vecchio pesca “tesori” da mostrare alla bambina:
«Eh eh eh! Vedete, mademoiselle? Queste sono uova di corvo... Volete avere i capelli neri?»
«No».
«No? Be’, comunque se voleste avere i capelli neri basta fare un impiastro di queste uova sulla testa... Ma attenzione! Bisogna tenere un po' d'olio in bocca, per tutto il tempo, altrimenti anche i denti diventano neri! Ah ah ah! E la vostra daga...» La osserva con cupidigia «È di acciaio calibiano, vero? È adamanto, vero?»
«Da dove si esce?»
«Dicono che vivano alla radice dell'albero del mondo... La rosicchiano,
dicono! Fesserie! Loro sono l'albero, loro sono la terra! Il loro numero
è infinito, ma tre è il numero dei loro Grandi Re. Sono i più antichi, il
loro sangue è nero, le loro teste d‘oro... Io li chiamo Foxl, Prinz e
Wolf, eh eh eh! Non ho mai avuto un cucciolo... Ne avrei tanto voluto uno, da bambino... Voi avete un cane, mademoiselle?»
«Io me ne vado!»
Il vecchio si interpone, impugna un bastone:
«No! No! Tutti dovrebbero rispettare, amare i Grandi Vermi, adorare i tre Grandi Re! Sono loro a rendere possibile la vostra miserabile vita da miserabili insetti! E cosa pretendono in cambio? Nient'altro che piccole cose, le cose che voi mandate verso l'Abisso, le informi creature che voi mandate giù per lo scarico del cesso!... Ma io... Io sono il più grande dei loro devoti! Prima o poi dovranno volgere lo sguardo sulla mia fede! E dovranno darmi il loro latte, il latte che rende immortali! È per questo che io offro loro prede più grandi, più nobili, più degne!»
Roteando il bastone cerca di chiudere la bambina in un angolo, ma i suoi movimenti sono goffi e artritici, e lei gli tronca il bastone con un fendente della sua spada, che ora sembra sprizzare lingue di fuoco verde. Il vecchio cade in ginocchio, e la bambina corre via. Lui le grida dietro:
«No! Non scappare! È il più grande degli onori!... Ingrata!»
Sulla spiaggia, il castello fatto dalla bambina esplode, mentre lei emerge dal suo interno. Ha in mano una paletta di plastica verde.

La bambina, a casa, fissa con apprensione il water. Si guarda
intorno incerta. Va via, e torna con un gattino, che sospende con la mano sopra il water. E aspetta.